lunedì 25 marzo 2013

EGITTO LA STORIA DELLA DONNA NELL' ANTICO REGNO

In Egitto la storia è questa:
“l’unica, l’amata, la senza pari, la più bella di tutte, guardala,
 è come la stella fulgente all’inizio di una bella annata”
(inizio delle parole della “grande gioia del cuore)

In Egitto la storia delle donne egizie era che godevano dello status giuridico di individuo autonomo: esercitavano diritti, potevano essere proprietarie di beni e disporne a piacimento, dovendo rispettare le stesse regole degli uomini.

In Egitto la storia dell’Antico Regno mostra che le donne egizie godevano di un ruolo importante nella vita domestica e nella società in generale, poiché le proprietà terriere venivano tramandate di madre in figlia; a parte qualche eccezione, rappresentata da regine e sacerdotesse.

Volto_di_donna_egizia
volto di donna egizia dell'antico regno

Non rivestivano però incarichi pubblici o politici.

Nell' Egitto la storia delle differenze gerarchiche fra i sessi erano tuttavia molto marcate, specialmente nelle epoche più antiche: così la donna è sempre raffigurata in scala minore rispetto al padre o al marito, talora inginocchiata o seduta alla sinistra del compagno, mettendo l’accento sulla minore rappresentatività sociale.

A partire dal regno di Amenohotep III in Egitto la storia della “grande sposa reale” è raffigurata costantemente al fianco del re, partecipa alle scelte politiche e personifica il lato gentile della propaganda
delle opere del marito.

Allo stesso modo, la presenza della regina Nefertiti accanto al faraone Amenofi IV, meglio conosciuto come Ahkenaton, diventa un motivo costante e irrinunciabile dell’arte di Amarna.

La sposa del faraone Ramesse II, Nefertari Merienmut (“la più bella, beneamata da Mut”), fu oggetto di un particolare attaccamento da parte del marito, che per lei fece costruire il tempio minore di Abu Simbel, in cui la regina prende la forma di Hathor, con queste parole:


“Ramesse II ha costruito un tempio scavato nella montagna, monumento eterno per la grande sposa Nefertari, per la quale lo stesso sole splende”.

La figura stessa della regina assumeva un ruolo divino, come è avvenuto per Ahmes-Nefertari, madre di Amenhotep I, per Teye, madre di Amenhotep IV, e per la stessa madre di Ramesse II, Mut-Tuy.

Molti templi e cappelle erano dedicati al loro culto, e godevano di grande devozione popolare.

Come il faraone era l’immagine vivente del dio Horus, così la regina rappresentava l’incarnazione dell’essenza divina e era identificata con Iside-Hathor.

Le donne egizie sono spesso raffigurate accanto ai loro mariti durante molte attività lavorative quali l’ispezione delle proprietà, la conta del bestiame, il controllo del lavoro degli operai.

Nell'Egitto la storia della presenza femminile a feste o a banchetti testimonia la relativa libertà sociale delle donne egizie rispetto a quelle appartenenti ad altre antiche società.

I compiti delle donne egizie erano legati alla conduzione delle attività domestiche: tenere la casa ordinata, preparare i pasti, lavare la biancheria e fare la spesa, a grandi linee le mansioni per noi donne non sono cambiate dai tempi degli antichi Egizi..

Nelle loro incombenze le signore erano aiutate da almeno un servitore, salvo i casi di estrema indigenza.

Nutrire, accudire e crescere un bambino era compito esclusivo delle donne egizie, che sono spesso raffigurate mentre portano il figlio in uno scialle annodato sul dorso (come ancora fanno le donne africane); la madre poteva così allattare il bambino anche durante le attività lavorative e, conseguentemente il bambino, stando così attaccato alla madre, conquistava una maggiore sicurezza in se stesso che sarebbe stata di grande aiuto in età adulta.

Il bambino era allattato fino ai tre anni, mentre dal quarto anno di vita poteva iniziare a frequentare la scuola; l’allattamento protratto a lungo garantiva al figlio, oltre che un cibo salutare, anche una maggior difesa da malattie e infezioni gravi, mentre nella donna ritardava i tempi di una nuova gravidanza.

L’educazione scolastica era riservata quasi esclusivamente ai ragazzi dei ceti benestanti, che potevano frequentare le scuole dei Templi.
Nelle famiglie di maggiore prestigio, erano istruiti da un pedagogo privato.

I figli dei contadini non godevano di alcun tipo di istruzione mentre i figli degli artigiani erano presto avviati all’apprendistato nelle botteghe.

Ci sono però delle eccezioni come quella del grande architetto e uomo di fiducia della regina Hatshepsut, Senmut o Senenmut che progettò il tempio di Der al Bahari, a Tebe,  il quale era figlio di gente comune come risulta dalla titolatura dei genitori trovata nella loro tomba, non lontana dalla tomba dell’architetto.
Suo padre Ramose è infatti nominato come ‘Degno’, mentre sua madre Hatneferu viene indicata come ‘Donna di casa’.

Naturalmente il fatto di appartenere a famiglie dal rango elevato e di avere una rispettabile genealogia era un fattore di prestigio, e il legame fra le generazioni era molto profondo: era, infatti, considerato disdicevole che un figlio abbandonasse i genitori anziani e non ricambiasse i sacrifici fatti per allevarlo.

Nella maggior parte dei casi, tuttavia, raggiunta la maggiore età, i giovani potevano lasciare la casa paterna, liberi dalla potestà dei genitori e in possesso di un patrimonio personale.

Solo nei periodi più travagliati della storia egizia, quando cioè la mancanza di coesione statale non tutelava appieno l’individuo, la donna era soggetta all’autorità del marito.

Il ruolo primario che la donna egizia esercitava nella società è testimoniato dalle figure di importanti regine che hanno sovente governato come reggenti per i  figli troppo piccoli per poter esercitare il potere.

Esistevano anche sacerdozi femminili investiti di poteri economici e politici.

Nonostante tutto, l’ideale femminile rimaneva la figura della moglie fedele e della madre premurosa, attenta amministratrice dell’economia domestica.

Non mancavano comunque stereotipi di bellezza e di sensualità rappresentati da danzatrici e naturalmente prostitute, che però i saggi invitavano  a evitare per non cadere nel vizio.

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sabato 23 marzo 2013

NEL DESERTO BIANCO - WHITE DESERT - EGITTO



Nel deserto tutto quello che devi fare è dimenticarti le regole del tuo modo di vivere quotidiano e passare ad un altra modalità.

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Coniglio bianco nel White desert

Prima di arrivare nel deserto Bianco, in arabo  Sahara el  Beyda,  si possono  scorgere già lontano le prime formazioni rocciose di quella parte di deserto Occidentale chiamata Agabat.
Nel deserto, una distesa di sabbia dorata dalla quale spuntano enormi candidi ammassi rocciosi a forma di uovo o di melone, (si tratta del cosidetto “Wadi melon”),  e bianche concentrazioni di calcare e gesso.


A causa dell’erosione del vento nel deserto, alcune parti di queste pareti rocciose sono crollate e quello che rimane sono dei grandi buchi nella roccia, da noi soprannominati “stargates”.

Sono di una bellezza seducente e provocante;  forse da nessuna altra parte al mondo esiste un deserto così insolito e variegato come questa parte di deserto del Sahara egiziano.


Nessuno immagina il Sahara come una distesa candida e scintillante, dalla quale spuntano, come sculture michelangiolesche, impressionanti  torrioni bianchi come il marmo di Carrara, dalle forme più disparate.

L’idea che abbiamo di questa arida e desolata area scompare  immediatamente quando siamo nel deserto e ci assale un senso di meraviglia e stupore come se osservassimo l’opera di un grande scultore.

In questo caso lo scultore è il vento.

La  seduzione di questo tipo di deserto sta nella sua apparizione improvvisa, dopo interminabili banchi di sabbia color oro e ocra e spettrali, nere rocce vulcaniche sparpagliate per kilometri e kilometri.

Un fenomeno geologico che ha del miracoloso: uno scenario fatto di alte colonne calcaree e monoliti gessosi che, grazie al continuo lavoro di erosione del vento e della sabbia, assume le più stravaganeti.

E’ difficile descrivere il Deserto Bianco. Bisogna solo andarci nel deserto Bianco.

Davanti a tanta struggente bellezza, alle volte possono mancarci le parole per descrivere le nostre emozioni.

Il paesaggio, con il suo fascino e con la sua naturale purezza,  ci seduce e ci incanta,  mentre un senso di stupore e di sorpresa ci assalgono.

Nel deserto, l’unico modo per resistere a tanta seduzione è quello di lasciarci conquistare dal suo richiamo discreto e dalla sua primitiva bellezza.

Questa immensa porzione di Sahara egiziano, che si estende tra le oasi di Bahariya e Farafra, fino a lambire l’oasi di Siwa a nord e il territorio libico a ovest, collega le brulle, spettacolari  distese  del Deserto Occidentale con lo scenografico Grande Mare di Sabbia.

Questo anello di congiunzione, è uno dei pochi posti che ospita indizi certi sulla nascita  del deserto del Sahara.

Nel deserto Bianco, in questo posto visitato ogni anno da centinaia di turisti frettolosi, le rocce hanno assunto delle forme incredibili.

Queste strutture, chiamate Jardangher, formano delle vere e proprie sculture; si può vedere  pulcini all’ombra di enormi funghi,  dromedari bianchi distesi sulla sabbia, missili pronti per la partenza, conigli bianchi che forse attendono da migliaia di anni l’arrivo di Alice.



Rappresentano una sorta di clessidra che può aiutarci a misurare l’età del deserto.

Questo tipo di roccia è un’altra prova del fatto che migliaia di anni fa, il deserto si trovava sott’acqua.

Gli  jardangher, e quasi tutto il deserto Bianco, sono composti di gesso e calcare costituito da milioni di microrganismi marini.

Il gesso viene eroso molto facilmente per questo è stato scolpito così bene dal vento.

Ma il vento è anche un artista brutale, raccoglie la sabbia e la scaglia contro gli jardangher.

Quando il vento consuma le rocce e le ricopre di sabbia  abbiamo questa forma caratteristica più stretta nel mezzo. 

Questo accade perché il vento si muove con più velocità appena si alza da terra e quindi ha più forza erosiva ma trasporta di quella che rotola a livello del terreno.


Così, la maggiore erosione si ha dove la roccia è più stretta; qui abbiamo la giusta combinazione di vento forte e molta sabbia.

Data la continua azione abrasiva del vento e della sabbia,  e la loro facilità a rompersi, a disgregarsi,  gli jardangher hanno  una vita breve; fra qualche decennio, se le condizioni climatiche restano quello di adesso, potremo trovare al loro posto solo un’abbagliante distesa di gesso e calcare.

40 milioni di anni fa le cime degli jardangher formavano parte del solido fondale marino, ma quando il Sahara si è trasformato in un deserto di sabbia, si è alzato il vento ed è iniziato il processo di scultura di queste forme.

Calcolare quanto lungo sia stato questo processo potrebbe aiutare ad individuare con precisione l’età del deserto.

E’ difficile dire quanto tempo il vento abbia  impiegato per creare tutto questo.

I torrioni che si alzano solitari in questa bianca distesa possono raggiungere anche i  4/5 metri di altezza e probabilmente centinaia di anni fa avevano forma e massa molto diversa.

La roccia friabile di questi hardanger ha forse  un migliaio di anni o anche meno, ma per scolpire l’intera depressione c’è voluto almeno un milione di anni.

I geologi sospettano che il Sahara si sia formato più di un milione di anni fa.

Nella loro ricerca di una data più precisa si rivolgono quindi alla sua formazione più famosa: le dune di sabbia.

Qui nel deserto del Sahara le tempeste di sabbia possono durare anche quattro giorni.
La sabbia viene scagliata attraverso il terreno.

Per centinai di migliaia di anni si accumula sottoforma di dune che possono raggiungere un altezza di un edificio di 50 piani.

Forse in queste montagne di sabbia sta il segreto dell’età del deserto.

La difficoltà è dovuta al fatto che queste dune cambiano continuamente; il vento che le crea, le soffia anche via, spostandole in media di 15 metri all’anno.

Per datare con precisione il deserto gli scienziati devono seguire la sabbia fino alla fine del suo viaggio.

La sabbia di grana grossa si sposta lentamente e non va molto lontano ma i granelli più fini possono spingersi oltre e così i granelli possono essere trasportati fino all’Oceano Atlantico.

Le rocce del deserto del Sahara sono costituite per il 40% da gusci di antiche creature marine.
Ma il dato più importante è che queste creature marine risalgono a 40 milioni di anni fa e che vivevano solamente in acqua.

Questo prova che l’area che oggi è un deserto una volta si trovava sotto il livello del mare.

Nel deserto Bianco si possono vedere ancora con chiarezza migliaia di conchiglie fossili piantate del calcare delle rocce.

Si pensa alla costruzione della Piramide ma non al fatto che è costituita da questi magnifici fossili.

Se desideri restare affascinato dalla magnificenza di panorami insoliti e inimmaginabili, se vuoi essere un osservatore attento e vuoi dare un senso allo scorrere lento del tempo posando i tuoi piedi e il tuo sguardo sul passato remoto della nostra terra, allora i nostri viaggi offrono l'opportunità di vivere nel deserto un'esperienza indimenticabile.
E una volta che l'avrai vissuta vorrai riviverla ancora.
Un viaggio nel deserto, è un'esperienza affascinante, che va vissuta con slancio, senso di avventura e prudenza.
Camminare tra i pinnacoli di calcare nel Deserto Bianco, uno delle aree più belle di tutto il Sahara, è un’emozione che non si dimenticherà mai.
Viaggiare nel deserto  è un grande piacere che coinvolge sia il corpo che lo spirito.
Farlo, potendo godere del silenzio e potendo ammirare anche i più piccoli particolari di questi straordinari ambienti, conferisce a questo viaggio un impronta straordinariamente interessante.

Se vuoi scoprire la storia antica e gli stupefacenti ambienti egiziani, contattaci, scrivici  e seguirci sul nostro blog.

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mercoledì 20 marzo 2013

INTERVISTA AD ALBERTO ANGELA SULL' ORIGINE DEL DESERTO DEL SAHARA

“Il deserto del Sahara esiste da 5000 anni, la sua sabbia deriva dalla demolizione naturale delle rocce fatte da agenti atmosferici come sbalzi di temperatura, che hanno sbriciolato e demolito le stesse fino a trasformarle in granelli finissimi.

Poi il vento ha agito come da carta vetro e ha sminuzzato ulteriormente queste pietre. 

grande mare di sabbia

Così si è formato il deserto del Sahara.


Si può dire che le dune e gli enormi cumuli di sabbia che si trovano nel Sahara non sono altro che la polvere di rocce e sedimenti che si sono sbriciolati nei corsi dei millenni.

Per salire, con una buona approssimazione, all’antichità di una duna, alle volte basta semplicemente guardare il suo colore.

Molto spesso le dune di  color salmone sono più antiche di quelle gialle.

Oggi il deserto del Sahara è un’enorme distesa di sabbia e di pietre arroventate dal sole, ma in passato era completamente diverso.

Nella preistoria era infatti un piccolo paradiso terrestre ricco di animali.

Fra queste montagne imponenti, attraverso queste gole aride si trovano, per così dire, delle immagini di quel tempo, quasi delle foto preistoriche.

Scolpite o disegnate su pareti di arenaria del deserto, troviamo delle immagini scolpite in modo perfetto.

Ogni dettaglio è magistralmente disegnato, perfetto nella descrizione fisica degli animali e anche degli uomini raffigurati. 
Ogni  dettaglio è verosimile.

Il Sahara allora era un’enorme savana, con laghi e boscaglie. I suoi paesaggi e suoi ambienti erano molto simili al Parco del Serengheti, in Tanzania.

Bellissimi graffiti e pitture primitive, si trovano a migliaia in tutto il deserto Sahara; essi danno un’idea di quali animali avremo incontrati in quei tempi .


Avremmo potuto vedere gruppi di giraffe che avanzano dolcemente mangiando i germogli collocati sulla cima  degli alberi delle acacie.

Si potevano incontrare anche rinoceronti che pascolavano nelle distese aperte, nelle boscaglie.

C’erano anche dei mufloni, che senz’altro erano le prede  più ambite; difatti sulle pareti si vedono scene di caccia.

Gli struzzi erano probabilmente una preda molto difficile da catturare.

Nelle distese delle savane si incontravano gazzelle, antilopi e anche buoi selvatici riuniti in mandrie numerose, a seconda delle stagione e forse anche delle migrazioni.

Naturalmente non mancavano i carnivori che predavano questa antica fauna sahariana.

I messaggi che ci mandano questi graffiti e queste pitture è che una volta il Sahara era un ambiente vivo e soprattutto vivibile anche per l’uomo.

Si erano stanziati, difatti, dei piccoli gruppi nomadi di cacciatori, raccoglitori e sono proprio loro ad aver dipinto tutte le figure ed ad aver scolpito i graffiti.

Da queste si può anche capire come si vivesse allora.

Nei pressi delle grotte, nel Gilf el Kebir, nel lato sud ovest del deserto del Sahara, si trovano graffiti e le pitture rupestri, inoltre si sono trovare numerose macine di pietra per sminuzzate i semi delle granaglie.

Si sono trovate anche delle punte di freccia in pietra.

Ce ne sono di varie dimensioni; quelle più piccole servivano per abbattere la selvaggina di più piccole dimensioni, come gazzelle, lepri ecc.

Invece quelle più grosse servivano per colpire antipoli o animali ancora più grandi.

Una delle cose più sorprendenti quando si viaggia nel deserto del Sahara, è che quando si piantano le tende la sera, molto spesso capita che il luogo che si è scelto sia esattamente lo stesso che hanno scelto migliaia di anni fa questi antichi raccoglitori-cacciatori.

E noi ce ne siamo accorti perché tutto intorno al nostro camp, c’è un’altissima concentrazione di legnetti primitivi, quasi a sottolineare che, malgrado i millenni, certi punti rimangono strategici per campeggiare.

Nelle pitture preistoriche del Sahara ad un certo punto accade un fatto straordinario.
Cominciano infatti a comparire delle figure umane.

Sono molto stilizzate, hanno una testa tonda, molto grande, quindi sono chiaramente delle figure simboliche.

Non sappiamo perché le disegnassero in quel modo ma sappiamo che in quel periodo, circa 10.000 ani fa, accadde una vera rivoluzione per l’umanità; nasce l’agricoltura e l’allevamento, questo fatto cambia completamente il rapporto dell’uomo con la natura.

Non si dipende più  dall’umore della natura per il cibo con la caccia e la raccolta, ma a partire da questo momento il cibo lo si comincia, per così dire, a produrre.

E’ una vera rivoluzione che cambierà il modo di stare nel mondo dell’uomo.
Questa rivoluzione è avvenuta in vari luoghi della terra diffondendosi in tempi diversi.

La fase pastorale che seguì circa 8.000 anni fa, fu lunga e prosperosa e su queste pitture alle pareti si vedono delle mandrie, guidate dai pastori, ma anche scene di vita quotidiana.
Quindi si può capire come si vestisse la gente allora.

Ma ad un certo punto qualcosa cominciò a cambiare.

Il clima cominciò ad inaridirsi, i laghi si rimpicciolirono, le boscaglie si diradarono e la savana comparve gradualmente.

Infine arrivò il deserto vero e proprio, e il deserto Sahara cominciò a diffondersi lentamente soffocando tutti gli ambienti e spegnendo queste antiche culture.


Nel corso della generazioni tutti gli abitanti del Sahara furono costretti a migrare altrove, disperdendosi per sempre.

Anche gli animali dovettero fare altrettanto,  ma alcuni riuscirono a sopravvivere e a adattarsi a questo ambiente inospitale,

Uno di questi è un rettile, una specie di lucertola che si chiama uromastice.

Questa lucertola è erbivora e accumula il grasso sulla coda piena di aculei. E’ innocua.

Oggi il Sahara e la sua sabbia hanno coperto tutto ma in queste aree così lontane e remote si possono ancora leggere queste antichissime pagine della preistoria del Sahara.

E’ un po’ come se qui il tempo si fosse fermato”.


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giovedì 7 marzo 2013

ITALIA EGITTO: CLEOPATRA E I TOLOMEI


il profilo di Cleopatra VII su una moneta dell'epoca


Cleopatra si rese conto che il generale Marc Antonio non era un gentiluomo come Cesare, ma solo un rozzo soldato.

Tuttavia ella si sentiva attratta e ben disposta nei suoi confronti; cominciò un rapporto che possiamo definire fra Italia Egitto.

Ben presto l’interesse del generale negli affari governativi “iniziò a vacillare”, secondo Appia.

Fra Italia Egitto i rapporti cominciatrono ad essere tesi.

Ottaviano,  Marco Lepido e Antonio facevano parte del secondo triumvirato; erano quindi compagni ed amici e proprio per questo Ottaviano fu molto esplicito sul caso Marco Antonio/Cleopatra; non doveva esserci nessun rapporto di questo tipo fra Italia Egitto.
Egli disse di Cleopatra: “Quella maledetta donna lo ha stregato” (riferendosi ad Antonio).

Sembra che l’invito in Siria da parte di Antonio avesse un altro retroscena, oltre al debole che la Regina nutriva per i generali di Roma; lei sogna un'alleanza  Italia Egitto.

Antonio si ricordava probabilmente di quando l’aveva incontrata per la prima volta in Egitto, quando lei era ancora una bambina e lui un giovane ufficiale con grandi debiti personali e una forte propensione alla dissolutezza.
Tuttavia anche i suoi nemici concessero ad Antonio qualche punto a suo favore. Essi non vedevano di buon occhio un'allenza Italia Egitto.

Cicerone lo descrive come un bruto affascinante, dalla corporatura di gladiatore, con una folta barba, fronte ampia e naso aquilino che, secondo la sua famiglia, era la prova evidenza della discendenza dal semidio Ercole.

Antonio coltivò questa gloriosa relazione e tenne alta la sua immagine sistemandosi la tunica in modo da accentuare la muscolosità delle sue gambe e indossando una spada insolitamente larga.

Mentre Antonio si lasciava prendere dai problemi personali di Cleopatra, la posizione del triumvirato a Roma andava deteriorandosi velocemente.

I suoi correggenti lo richiamarono al dovere, ma le loro richieste restavano inascoltate.

Plutarco scriveva: “Antonio non sopportava l’idea di lasciare Cleopatra e di ritornare ad Alessandria”, egli “voleva solo divertirsi come un fanciullo in vacanza”.

Alla fine, “con difficoltà, si comportò da uomo, destandosi dal torpore e dalla dissolutezza”, e acconsentì a condurre una campagna militare contro i Parti in Asia Minore.

Arrivando ad Atene fu sorpreso di incontrarvi la moglie Fulvia, che lo stava cercando.

Antonio non trovò altro da dirle che rimproverala per aver abbandonato i suoi doveri romani.

Si separarono freddamente e poco dopo ella morì.

Si racconta che Antonio fu “particolarmente addolorato”.

Egli non rivide Cleopatra per tre anni e nel frattempo convolò a nuove nozze.

La nuova moglie era Ottavia, sorella di Ottaviano.

Fu un matrimonio molto felice e i rapporti con il cognato erano ottimi.

L’Impero venne diviso fra i due: Ottaviano prese la metà occidentale e Antonio quella orientale, compreso l’Egitto.

Malauguratamente “quel gran male che era caduto da tanto tempo nell’oblio, la passione per Cleopatra che sembrava essersi assopita, prese di nuovo il sopravvento”.

Il ricongiungimento di Antonio e Cleopatra vide le posizioni ribaltate.

Adesso toccava a lui mostrarle la sua generosità, e le offrì Cipro, la Fenicia, le sponde arabe del Mar Rosso e buona parte della Siria, Cilicia e Giudea.

Per tutta risposta la Regina gli chiese anche il tratto della Siria che apparteneva al re Erode.

Non potendo, le diede i Giardini di Gerico.

L’interludio fu sospeso con la chiamata in guerra di Antonio, questa volta in Siria.

La guerra si concluse con un insuccesso: stanco e derelitto, fu lasciato sulla spiaggia vicino a Beirut dove, demoralizzato perché non aveva denaro per pagare le sue truppe, si diede pesantemente al bere.

Entrambe le donne della sua vita si prodigarono per aiutarlo, inviando denaro e rinforzi.

Cleopatra arrivò per prima e, informata che Ottavia era per strada, “finse di essere pazzamente innamorata di Antonio”.

Gli scritti di Plutarco ci riferiscono che fece lo sciopero della fame e che assumeva un’espressione di bruciante passione ogniqualvolta  Antonio le fosse vicino e di sconforto quando egli aveva altre cose da fare.

Nel frattempo Ottavia aveva ricevuto l’ordine da Atene di tornarsene a casa.


Ottaviano si infuriò molto alla notizia del comportamento tenuto nei confronti della sorella e per i regali offerti a Cleopatra.

In più fu informato che Antonio, ritornato in Egitto con Cleopatra, aveva organizzato ad Alessandria una festa trionfale per festeggiare la vittoria sugli Armeni, prerogativa questa di Roma.

Si raccontava inoltre che Cleopatra avesse presieduto alla festa seduta su un trono d’oro, vestita con un ridicolo costume dalla testa di falco e corna di toro.

Ottaviano si convinse che entrambi erano pazzi.

Antonio ripudiò Ottavia scacciandola di casa.

Ottaviano dichiarò guerra al cognato, ma prima dovette trovare Antonio e Cleopatra che si erano recato con l’esercito egiziano, in Grecia.

Ottaviano e le truppe di Antonio si scontrarono e la battaglia fu un insuccesso.

Antonio non combattè accanto ai suoi uomini ma si nascose a bordo della barca di Cleopatra dove, riflettendo su ciò che aveva fatto, passò tre giorni in silenzio seduto a prua con la testa fra le mani.

Mentre il vascello di Cleopatra si avvicinava ad Alessandria, e fu evidente che Ottaviano non gli stava alle calcagna, l’umore di Antonio migliorò.

Cleopatra, d’altro canto, sembrava rendersi conto che la fine era vicina.

Ella, si narra, si lasciò mordere da un’aspide e morì.

Ultimò il suo grandioso progetto facendosi costruire una tomba reale ad Alessandria.

Ottaviano sconfisse le difese di Alessandria che oppose poca resistenza nonostante lo stesso Antonio combattesse coraggiosamente.

Antonio lasciò il campo di battaglia solo quando apprese che Cleopatra si era suicidata.

Egli si recò nelle sue stanze, passò la spada al servo Eros e gli chiese di trapassarlo.

Il fedele servo non volle farlo e, al contrario, vi cadde sopra lui stesso.

Antonio pensò bene di imitarlo ed era già agonizzante a terra quando gli riferirono che Cleopatra era ancora viva.

Antonio fu trasportato su una lettiga nella stanza della Regina e avvicinato alla finestra.

“Nessuno spettacolo fu mai così commovente”, scrisse Plutarco, che afferma essere un testimone oculare.

“Antonio fu sollevato, sporco di sangue, e lottando contro la morte distese la mano verso Cleopatra”.

Ella lo strinse a sé ed egli morì fra le sue braccia.

A dispetto delle leggende, in quel frangente Cleopatra non si fece mordere da alcun serpente.

Sembra che la Regina abbia preso parte al funerale dell’amato e che sia vissuta ancora per qualche tempo.

Probabilmente la storia del suicidio è vera, perché temeva che la vittoria di Ottaviano potesse significare il suo imprigionamento.

Ma prima di morire incontrò Ottaviano.

Secondo Plutarco, ella sperava di riuscire a convincere Ottaviano, se solo egli fosse caduto fra le sue braccia.

Ma non ci riuscì.

La vera Cleopatra affascinava i suoi contemporanei per la sua voce ammaliante e per la  sagacia delle sue risposte.

Sembra che fosse un’esperta linguista, capace di conversare con Egizi, Etiopi, Ebrei, Arabi, Siriani, Medi e Parti.

In realtà non sappiamo come fosse il suo fisico perché il suo avversario, Ottaviano, ne distrusse ritratti e statue alla sua morte.

Esistono comunque molte congetture malevole sulle dimensioni del suo naso.

“Tutto quello che possiamo dare per certo”, disse uno storico vittoriano, “è che non aveva un naso piccolo”.

Una mostra dedicata a Cleopatra presso il British Museum di Londra ha portato alla luce 10 immagini inedite in stile egizio dell’affascinante Regina.

Sulle monete e le statue scolpite durante la sua vita, il volto di Cleopatra appare più simile ad una caricatura che non a una vera bellezza, con il collo lungo e i lineamenti duri da uccello da preda.

Secondo Plutarco, era impossibile fissarla senza esserne soggiogati, suggerendo che anche allora la sua fama di sensualità e bellezza superava la realtà.

Per quanto riguarda il nasone, si dice che denoti forza di carattere, ed è probabilmente quello che aveva in mente il filosofo francese Pascal, nel diciassettesimo secolo, quando scrisse: “Se il naso di Cleopatra fosse stato più corto, il mondo sarebbe stato diverso”.




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mercoledì 6 marzo 2013

ROMA EGITTO: CLEOPATRA E I TOLOMEI





Ammaliatrice in amore e spietata in politica, la famosa Regina d’Egitto fu l’ultima di una grande dinastia che fuse Roma Egitto insieme.
testa della Regina Cleopatra VII

Nell’ottobre del  48 a.C., Giulio Cesare aveva il mondo ai suoi piedi.

L’unico ostacolo per il controllo totale dell’Impero Romano era stato annientato con la sconfitta in Grecia di alcuni militari ribelli.

Il capo di questi ultimi, Pompeo, era fuggito con l’intenzione di raccogliere alleati in Roma Egitto.

Cesare rispose alla minaccia raggiungendo Alessandria con una flotta di 35 navi, parte delle sue due legioni di fanteria e 800 cavalleggeri.

In realtà non occorreva che Cesare si scomodasse perché al suo arrivo, raccontano gli storici, fu accolto da una serie di teste mozzate, tra cui quella di Pompeo.

E quindi, cosa lo trattenne in Egitto quando affari più urgenti lo attendevano a Roma?

Secondo i bollettini ufficiali, l’Imperatore non era pronto ad affrontare i venti contrari che soffiavano in quella stagione.

La decisione di trattenersi in Egitto era forse dovuta più alla Regina Cleopatra che ai venti contrari; Roma Egitto per la prima insieme.

La nostra Cleopatra fu la settima regina  a portare questo nome, in effetti il suo nome intero era Cleopatra VII Filopatore che regnò dal70 a.C. al 30 a.C.

Fin da bambina le fu data un’educazione degna di una regina, che le generò un’indole colta, raffinata ed elegante tipica dei più grandi sovrani egizi.

Alla giovane età di 21 anni, Cleopatra aveva bisogno di trovare un alleato, meglio se straniero, per fronteggiare le varie liti familiari.

A 54 anni Cesare era ancora nel fiore degli anni, nonostante i capelli fossero più radi e l’aspetto più dimesso, un brutto colpo per la reputazione dell’uomo che annoverava importanti conquiste “femminili” fra Roma Egitto.

Queste conquiste erano, secondo un commentatore dell’epoca, “pause necessarie nella trattative di difficili affari pubblici”.

Un secolo dopo, san Crisostomo scrisse che Cleopatra era “estremamente bella”, aveva “la più dolce delle voci” ed era “affascinante nella conversazione”.

Secondo l’opinione del santo, Cleopatra possedeva il potere di “irretire anche il più vecchio e apatico degli uomini”.

Qualità fisiche a parte, Cleopatra era moto astuta e intelligente.

“Sebbene puntasse molto sulla sua sensualità quando desiderava ottenere qualcosa”, scrisse uno storico, “non tralasciava la possibilità di utilizzare l’arma della corruzione unita a occasionali assassini, se questo le poteva giovare”.

Implicata nella morte di due fratelli e di una sorella, e della brutale esecuzione di un innocuo Re armeno che aveva tenuto prigioniero per diversi anni, Cleopatra, secondo lo storico  “a ragione meritava di essere chiamata assassina”.

Lo storico sostiene inoltre che le sue malvagie qualità fossero mitigate da un comportamento esemplare verso i suoi figli che adorava.

Per non far cadere tutte le colpe su Cleopatra, bisogna dire che la sua famiglia non fu un esempio di correttezza, bontà e generosità.

Suo padre,  Tolomeo XII Aulete, il quale la impose sul trono d’Egitto nel 38 a.C. aveva fama di dissoluto, ballava in pubblico al suono di cimbali e appena sveglio provvedeva subito ad ubriacarsi.

Si dice che i Tolomei abbiano prodotto solo due re di cui la storia può andare fiera.

 E tuttavia, durante questa dinastia durata quasi 300 anni, l’Egitto era uno dei Paesi più ricchi del mondo.

Alla morte di Alessandro Magno avvenuta (secondo alcuni a Babilonia, secondo altri nell’oasi di Siwa, in Egitto), uno dei suoi generali ereditò le sue conquiste egiziane.

Nel 305 a.C. venne incoronato Re d’Egitto, Tolomeo I.
Egli e il suo successore vollero il meglio per entrambi i mondi: essi accettarono le divinità dei faraoni Egizi, pur rimanendo integralmente greci.

Alessandria era una capitale greca con istituzioni greche ed una flotta composta da mercenari greci.

L’unica difficile funzione, che in quanto espatriati greci i Tolomei non potevano espletare, era la raccolta delle tasse.

I sacerdoti ne detenevano il monopolio e quindi, per propiziarsi il potente clero, i Tolomei restarono rigidamente ortodossi.

Per ingraziarsi la casta sacerdotale costruirono alcuni tra i Templi più raffinati, ancora visibili, della Valle del Nilo; a Dendera, Edfu, Kom Ombo e specialmente sull’isola di File.

Alle decorazioni tipicamente egizie furono aggiunti alcuni ghirigori greci, ma i Tolomei non amavano essere ritratti sui muri con i costumi egiziani al posto delle abituali vesti greche.


Vissuta al termine della dinastia, Cleopatra è stata ritratta nei Templi soltanto una o due volte.

La storia ci ha lasciato due versioni del primo incontro tra Cleopatra e Giulio Cesare.

Una ci racconta che la Regina si presentò all’Imperatore rotolando fuori da un tappeto, uno stratagemma architettato per evitare i picchetti che circondavano il palazzo dove egli risiedeva.

L’altra versione vuole che Cleopatra abbia fatto irruzione nella camera dell’Imperatore con vesti seducenti.
In un modo o nell’altro, sta di fatto che l’indomani Cesare era decisamente dalla sua parte.

Il problema era come Cleopatra avrebbe spiegato all’Imperatore, che sia lei che il fratello avevano ereditato il trono congiuntamente.

Ella aveva 18 anni, mentre il fratello ne aveva 11, ed erano anche formalmente marito e moglie, una forma di incesto istituzionalizzato e frequente fra i faraoni d’Egitto per mantenere puro il sangue reale.

Cleopatra era il prodotto di almeno una dozzina di unioni incestuose e non era neanche l’elemento peggiore, considerando il pizzico di pazzia che circolava nella famiglia.

Questo particolare matrimonio incestuoso fu un disastro fin dall’inizio.

Giunto alla maggiore età di 14 anni, il fratello Tolomeo XIV si rifiutò di condividere il trono.

Quando gli fu riferito che Cleopatra fu confermata Regina, il giovane Re corse per strada gridando “Tradimento!”.

Si tolse la corona dal capo e con furia la scagliò per terra frantumandola.

Una storia scritta da Cesare racconta i tumulti che seguirono ad Alessandria, che egli stesso mise a tacere.

In realtà sembra che la popolazione fosse con Tolomeo e contro Cleopatra, ma Cesare nomina raramente la Regina e non fa neanche riferimento alle frequenti visite in Egitto.

Secondo Appia, egli vi si recava per “esplorare il Paese e divertirsi con Cleopatra”.

Con una scorta di 400 navi, Cesare e Cleopatra fecero una crociera su un palazzo galleggiante a due piani, lungo 90 metri e largo 14, azionato da banchi di rematori e da una vela di 30 metri dal bordo viola.

I pasti e i trattenimenti potevano allietare fino a 60 ospiti, nei comodi divani del salone rivestito in legno di cipresso e cedro.

Gli ospiti disponevano di cabine private e, se ne avevano voglia, potevano visitare le cappelle dedicate ad Afrodite e Dioniso.
 
Il piano inferiore conteneva una falsa caverna rivestita di pietra con decorazioni d’oro.

La crociera durò nove mesi, al termine dei quali Cesare decise di tornare a Roma.

Dopo poco tempo Cleopatra diede alla luce un figlio, che chiamò Cesarione.

Cesare non gli diede la paternità, ma fu probabilmente il desiderio di conoscerlo che lo spinse presto a invitare Cleopatra a Roma.

La Regina fu accompagnata dal fratello più piccolo, nonché nuovo marito, Tolomeo XV, di circa 11 anni.

La società romana accettò Cleopatra e la sua relazione con Cesare.

“Detesto la Regina” scrisse Cicerone dopo averla incontrata: “La sua insolenza… se ci penso mi sento male”.

E per quanto riguardava il giovane Tolomeo, egli era “un ragazzaccio senza scrupoli”.

Cesare soffiò sul fuoco, ponendo una statua dell’amante accanto al Tempio di Venere.

Si vociferava che Cesare volesse ripudiare sua moglie, sposare Cleopatra, assumere il titolo di Re d’Egitto e spostare lì la capitale imperiale.

L’assassinio di Cesare avvenuto alle idi di marzo nel 44 a.C., non era del tutto estraneo a questi pettegolezzi e si dice anche che Cleopatra abbia avvelenato il fratello prima di lasciare Roma in tutta fretta.

Ritornata in Egitto, che in quel periodo era flagellato dalla carestia, ella forse non si era resa conto che le storie sulla ricchezza dell’Egitto avevano stuzzicato gli appetiti romani.

In quel momento però Roma era impegnata in una guerra civile tra le truppe rimaste fedeli a Cesare e il movimento repubblicano.

Mentre la vittoria si spostava dalla parte dei primi, Cleopatra ricevette l’invito da uno dei generali vincenti, in quel momento occupato in Siria.

Plutarco descrive dettagliatamente l’arrivo in Siria della nave della Regina, con le vele viola e la poppa dorata.

I remi erano placcati d’argento e si navigava a suon di flauti, pifferi e arpe.

Plutarco: “….Ella era sul ponte come Afrodite…. Sdraiata sotto una tenda luccicante d’oro, mentre dei fanciulli come Cupidi le facevano vento.
Magnifici profumi d’incenso si diffondevano nell’aria…”

Il generale che ebbe l’onore di gustarsi un tale spettacolo era Marco Antonio, che non avrebbe perso quel invito a cena per nulla al mondo:
“ogni piatto era di oro massiccio e magnificamente intarsiato di pietre preziose…. Ella, sorridendo, gli disse che gli avrebbe fatto dono di tutto quello che vedeva”.

Sarebbe tornato di nuovo?

Certamente; sera dopo sera.





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venerdì 1 marzo 2013

RICERCA SUI FARAONI : IL PRIMO SCIOPERO DELLA STORIA












Da una ricerca sui faraoni abbiamo trovato il primo sciopero di cui si abbia notizia; e riuscì benissimo.
"Niente grano per il pane, niente orzo per la birra: e allora niente lavoro"
preparazione del pane e della birra, Museo delle Antichità Egizie, Torino

Ed era contro il faraone….

Per 500 anni i faraoni dell’antico Egitto furono sepolti nella Valle dei Re, in grandi tombe sotterranee scavate nella roccia da squadre specializzate di operai che erano al loro servizio; numerosi studiosi si sono dedicati alla ricerca sui faraoni e le loro tombe.


Secondo le iscrizioni ritrovate nelle tombe, un gruppo di questi operai specializzati organizzò il primo sciopero e sit-in della storia.

Con sistemi che al giorno d’oggi sono perfettamente collaudati e all’ordine del giorno, essi riuscirono ad ottenere dal faraone ciò che volevano.

La ricerca sui faraoni, portò  alla scoperta che gli Egizi decisero di essere sepolti nella Valle di Re, sulla sponda occidentale del Nilo, in una località non lontana da Tebe, la capitale, oggi  Luxor, per essere al riparo dai ladri e dai saccheggiatori di tombe.

Purtroppo, la ricerca sui faraoni e le loro tombe da parte degli egittologi dimostrò che questo loro espediente non servì quasi a nulla, perchè i ladri di tombe furono inesorabili.

Fu il faraone Thutmose I°, a decidere, nel 3500 a.C., di farsi costruire una tomba sotterranea, nella zona che fu poi chiamata la Valle dei Re, dove, dopo una lunga ricerca sui faraoni  fu ritrovata nella nostra epoca.

Da allora e per tutto il periodo delle prime tre dinastie (cioè dalla XVIII alla XX) del Nuovo Regno (1567/1085 a.C.), tutti i faraoni si fecero seppellire nella Valle dei Re.

L’ardua impresa di scavare nella roccia, creare passaggi tortuosi, aperture segrete e stanze finte, era affidata ad una sorte di corporazione di artigiani, i quali decoravano anche l’interno delle tombe.

Questi operai alloggiavano in un villaggio appositamente creato, Deir el-Medinah, che sorgeva su un arduo tratto di deserto.






Noto agli antichi Egizi come “il luogo della verità”, esiste ancora oggi e i turisti possono percorrere le sue strade e ammirare i resti delle 70 strane case, costruite con mattoni e fango.

Le singolari case sono allineate sui due lati della strada ed erano a un solo piano, con quattro stanze poste una dopo l’altra.






Nessuna usufruiva di una riserva di acqua privata, ma c’era una cisterna pubblica, all’esterno della porta principale del muro di cinta.

Una conoscenza più approfondita delle condizioni di vita di questi operai ci proviene dalle migliaia di ostraca  (frammenti di pietre calcaree e pezzi di ceramica pieni di iscrizioni in ierativo – scrittura rapida e semplificata dei geroglifici)  e, in alcuni casi, da disegni.

Questi, furono scoperti da archeologi francesi durante gli scavi effettuati in zona fra il 1922 e il 1947.

In questi frammenti, oltre a tante informazioni, sono riportati i nomi, gli incarichi degli operai e annotazioni su come procedevano i lavori nelle varie tombe.

u un ostracon c’era addirittura scritto che un addetto ai lavori era rimasto assente per un giorno perché aveva litigato con la moglie.

Organizzati in due squadre, ciascuna diretta da un caposquadra, un aiutante e l’immancabile scriba, gli uomini lavoravano otto ore di seguito al giorno, per 8 giorni consecutivi e in questo periodo dormivano in semplici baracche innalzate vicino alle tombe alle quali lavoravano.

Il nono e il decimo giorno facevano vacanza e tornavano al loro villaggio, dove trovavano le famiglie ad aspettarli.

Non lavoravano neppure in occasione delle grandi feste che venivano celebrate in onore degli dei principali.

Il salario mensile, pagato in natura – grano per il pane e orzo per la birra -, proveniva dalle proprietà reali; a ogni squadra “in servizio” venivano assegnate alcune donne per fare la farina.



Alcuni lavandai erano addetti al bucato e dei vasai al tornio per rifare i vasi che venivano rotti durante  il lavoro.

Gli operai ricevevano inoltre razioni di pesce, verdura, legna da ardere e olio per il corpo, molto richiesto dagli uomini che lavoravano nel caldo e tra la polvere.



Di tanto in tanto il faraone in persona premiava i suoi operai con merce pregiata come carne, vino, sale e birra asiatica.



Isolati nel deserto, impossibilitati a coltivare orti, gli abitanti del villaggio contavano sulla puntualità dei rifornimenti che arrivavano generalmente il ventottesimo giorno del mese.

A volte capitava però, che le carovane degli animali non arrivassero puntuali con il loro carico.

Nel ventinovesimo anno di regno di Ramsete III, i rifornimenti non giunsero al villaggio per diverse settimane; allora gli operai abbandonarono gli strumenti di lavoro e si recarono al grande tempio funerario di Ramsete II.

Là sedettero disciplinatamente, rifiutando di tornare agli scavi se prima non fosse stato informato il faraone della loro deplorevole situazione.

Uno scriba del tempio, udite le ragioni degli uomini, ordinò che venissero loro assegnate le scorte di grano riservate agli stessi scribi, nella quantità sufficiente per un mese.

Gli operai organizzarono altri scioperi nei mesi che seguirono, perché venissero distribuiti tutti gli arretrati mensili.

Per  quanto ne sappiamo, nessuno di loro fu punito per aver osato dettare condizioni al faraone.

Stando a queste testimonianze, sembra che i faraoni, ben lungi dall’essere i despoti spietati di molti film hollywoodiani, fossero più comprensivi, e la loro manodopera meno docile di quanto non ci abbiano spesso fatto credere.

Questi uomini non erano certamente degli schiavi, ma anzi occupavano una posizione particolarmente importante; sapevano bene che il loro lavoro era indispensabile al faraone il cui viaggio nell’aldilà non avrebbe potuto avvenire se la sua tomba, la sua “dimora eterna”, non fosse stata decorata, abbellita con suppellettili e completata in tempo per accogliere le sue spoglie mortali.


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