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sabato 8 dicembre 2012

NUOVI IPOTESI E NUOVI STUDI SU AKHENATON, IL FARAONE RIBELLE

Sembra che alla base dello scisma religioso guidato dal Faraone Amenofi IV, chiamato più comunemente Akhenaton, vi fosse in realtà la volontà da parte del Faraone stesso di ripristinare l’ordine di Maat sulla terra d’Egitto.

 

Akhenaton11

 

La dea Ma’at rappresentava il principio di Giustizia, Verità e Ordine. Essa era la “coscienza cosmica”

Ma’at si contrappone al caos, perché essa è l’ordine dell’Universo stesso.

Ma Ma’at non era soltanto un principio in sé, era anche una forza che permetteva al sole di sorgere, agli astri di risplendere e all’umanità di prosperare.

 

I Faraoni Egizi dovevano garantire l’ordine; l’ordine cosmico posto alla base dell’universo esistente. L’ordine cosmico era rappresentato da Ma’at, dea della giustizia e dell’equilibrio che, per gli antichi Egizi era il bene supremo e la legge suprema alla quale tutti si dovevano conformarsi.

 

Gli antichi Egizi sarebbero inorriditi di fronte all’eventualità di un turbamento dell’ordine e il “peccato” (se così lo vogliamo chiamare)  rappresentava per loro non tanto una colpa, quanto la violazione di tale ordine posto dagli Dei.

Una violazione di tale ordine avrebbe portato a un turbamento dell’ordinato svolgersi delle cose e l’Egitto sarebbe precipitato nel caos.

 

Akhenaton è passato alla storia per aver bandito dall’Egitto il culto verso tutti gli altri dei all’infuori di Aton, il suo nuovo dio sole simboleggiato da un disco solare dal quale scendono verso il basso raggi dorati. Su alcune immagini che ci sono pervenute fino a noi, si può vedere che alla fine dei raggi spuntano delle mani.

 

Akhenaton è’considerato il precursore del monoteismo: una religione, un solo dio; il sole.

Vi sono comunque aspetti di questo Faraone che si discostano dai modelli degli altri Faraoni.

Questo re era pieno di misticismo e la sua dedizione all’ordine cosmico, a Ma’at, era totale e assoluta.

 

Tutti gli scritti dell’epoca sottolineano che Akhenaton era “ankh em maat”, “vivente in Maat”.

 

Così scrive l’egittologo inglese Cyril Aldred, “il re era la personificazione di Maat, una parola che traduciamo con “verità” o “giustizia”, ma che ha un significato più esteso, in quanto giusto ordine cosmico all’epoca della sua fondazione da parte del Creatore…. Vi è negli insegnamenti di Akhenaton un’enfasi costante su Maat….. come non si ritrova né prima né dopo di lui”.

 

Quando Amenofi IV  (il futuro Akhenaton) salì al trono nel 1353 a.C. circa, all’età probabilmente di sedici anni, egli era co-reggente insieme al suo anziano padre, il grande Amenofi III.

 

Amenofi IV non perse tempo e avviò già da subito la sua grande riforma religiosa, costruendo un tempio a Karnak dedicato ad Aton.

 

Una cauta politica di affrancamento dall'eccessiva influenza del clero tebano era stata iniziata gia' dal nonno di Amenhotep IV, Tuthmosis IV, e proseguita dal successore, il padre Amenofi III.

Possiamo immaginare il grande fastidio che questo procurò alla potente casta sacerdotale di Karnak, adoratrice di Amon-Ra.

 

Con tutta probabilità, come sostengono alcuni studiosi, Akhenaton concepì il culto di Aton come uno sviluppo connesso alla vecchia religione solare e si dichiarò Profeta di Ra-Horakhti.

Per l’egittologo tedesco Hermann Schlogl,  nei primi anni di regno di Akhneaton “il dio sole Ra-Horakhti … era identico ad Aton” e che “il nome di Aton significava letteralmente -il Vivente, Ra-Horakhti che giubila all’Orizzonte-”

 

All’epoca in cui salì al trono Akhenaton, i sacerdoti di Karnak avevano accumulato grandi ricchezze materiali attraverso le donazioni dei fedeli, la riscossione delle tasse e anche una cospicua percentuale di bottini di guerra.

 

Varie documentazioni ci danno prova che essi possedevano estesi territori e controllavano quasi interamente la vita commerciale dell’alto Egitto.

 

I sacerdoti di Karnak si lodavano che il loro dio sole, Amon, fosse la divinità assoluta dell’Egitto, avendo questi assimilato in sé i poteri e perfino i nomi dei più antichi dei solari di Eliopoli, Ra e Horakhti.

 

I simboli, la nomenclatura e l’iconografia di Amon iniziarono a diffondersi ovunque soppiantando quelli delle più antiche divinità solari eliopolitane e causando inevitabilmente uno scisma tra il Nord e il Su dell’Egitto.

 

 Con un tale potere e tali ricchezze i sacerdoti incominciarono anche a rappresentare una minaccia politica per il Faraone, perché il potere illimitato corrompe in modo assoluto.

 

A causa di questo straripante potere dei sacerdoti di Karnak la tensione fra il Faraone Akhenaton e la casta sacerdotale divenne altissima, e, in questo clima così preoccupante, possiamo immaginare che il re temesse per il suo trono e persino per la sua vita.

 

Possiamo ipotizzare che forse fu proprio a causa di questo grande potere della casta sacerdotale di Karnak a suggerire al Faraone di rivolgersi nuovamente all’epoca in cui la religione solare era nella mani dei più puri e leali sacerdoti di Eliopoli.

 

O forse il Faraone Akhenaton fu ispirato sia da Maat, la reggitrice dell’ordine cosmico, che dai timori verso i sacerdoti del tempio di Karnak.

 

Si sa per certo che Amenofi IV cambiò il suo nome in Akhenaton, che significa “la gloria di Aton”, nel quinto anno del suo regno.

 

Questo nuovo nome fece sicuramente infuriare i sacerdoti di Karnak, del tempio di Amon-Ra. Essi, forse, considerarono il cambiamento del nome da Amen-ofi, che significa “disco splendente del sole”, in Akhenaton come un affronto diretto a loro.

 

La crisi precipitò quanto Akhenaton rese noto che il culto di Amon-Ra era messo al bando in tutto l’Egitto e che il tempio di Karnak sarebbe stato ufficialmente chiuso.

 

Subito dopo egli annunciò che avrebbe trasferito se stesso e tutta la sua corte presso la nuova città che stava progettando di costruire più a nord e che sarebbe stata chiamata Akhet-Aton, “l’Orizzonte del Disco Solare”, ad alcuni chilometri a ovest dell’odierna città di Tell ed-Amarna.

 

Akhenaton proclamò che fu “suo padre” Aton in persona a scegliere quel sito per edificare la sua nuova ed eterna città del Sole.

 

Quale visione aveva convinto Akhenaton a scegliere questo luogo per edificare la città a lui comparsa in sogno?

Che cosa vide Akhenaton a Tell el-Amarna?  Che cosa lo convinse che quel luogo era il regno del dio sole?

 

I furiosi sacerdoti di Amon-Ra, intorno al 1335 a.C. rasero al suolo l’intera città. Non lasciarono in piedi nemmeno una pietra e per molti secoli non si seppe più niente di essa fino al 1798-99, quando quasi per sbaglio il francese Edmè Jomard, al seguito della spedizione napoleonica, con sua grande sorpresa, si ritrovò davanti le antiche rovine.

 

Dagli studi che seguirono alla sua scoperta, la città di Akhet-Aton doveva essere una grande metropoli, lunga dodici chilometri e larga due. Si stima che la popolazione della città, al suo massimo splendore poteva raggiungere i trentamila abitanti.

 

Il regno di Akhenaton durò all’incirca diciotto anni ed è noto come “periodo amarniano”, poiché ebbe il suo centro proprio nella città di Akhet-Aton, nei pressi dell’odierna Tel el-Amarna.

 

All’inizio si trattava di un ritorno alla religione solare di Eliopoli e del suo dio Ra-Orakhti, Ra, l’Orizzonte-Horus, molto più antica e quindi più pura e legittima.

 

Per gli antichi Egizi, come anche per altre antiche culture, era il passato e non il presente a rappresentare il modello perfetto, l’età dell’oro in cui l’ordine sociale era impregnato di qualità morali elevate, di profonde idee religiose, e soprattutto di uno stretto rispetto della legge cosmica, come testimoniano le grandi piramidi e i templi solari che si ergevano a Eliopoli. 

 

Questo è anche il periodo in cui ci fu un grande cambiamento artistico, una sorta di rinascimento egiziano.

 

Secondo l’egittologo Arthur Weigall, l’arte di Akhet-Aton può essere considerata una specie di rinascimento, un ritorno al periodo classico dei tempi arcaici; il motivo sottostante di quel ritorno era il desiderio di evidenziare la figura del re in quanto rappresentante del più antico tra tutti gli dei, Ra-Horakhti”.

 

Tutto questo fa pensare che Akhenaton vedesse se stesso, o forse il defunto padre Amenofi III che prima di lui rivolse la sua attenzione al dio sole di Eliopoli, come un dio solare di ancestrale, una sorta di messia che tornava sulla terra e che avrebbe strappato il potere dalle mani del clero corrotto di Karnak per restituirlo ai suoi veri custodi, i puri e fedeli sacerdoti di Ra-Orakhti di Eliopoli.

 

E se la motivazione nascosta di Akhenaton, la sua brillante strategia fosse stata quella di far diventare l’Egitto un regno cosmico soggetto alla legge di Maat, con l’eterno e imperturbabile ciclo del sole che faceva sì che l’astro si alternasse tra il Nord e il Sud?

 

Se questa strategia avesse avuto successo, avrebbe eliminato una disputa religiosa che durava ormai da migliaia di anni e che si stava trasformando in una pericolosa lotta politica tra il Nord e il Sud.

 

Nello stesso tempo questo avrebbe imposto all’Egitto un unico simbolo del dio sole, Aton, il disco solare visibile a tutti, la cui forma perfetta rappresentava il Creatore unico di tutte le cose e il cui unico centro religioso sarebbe venuto a trovarsi esattamente al centro, nel cuore dell’Egitto.

 

La riforma di Akhenaton non ebbe fortuna e fu un fallimento forse anche perché, nell’ambizioso progetto il Faraone aveva sottovalutato il pericolo che rappresentava la casta sacerdotale di Karnak.

 

I sacerdoti di Karnak non erano molto disposti ad abbandonare la ricchezza e il potere acquisiti per consegnarli nelle mani del Faraone Akhenaton e permettere che trasferisse la capitale a Akhet-Aton.

 

Eppure, dal suo punto di vista, Akhenaton era devoto al dio sole e “vivente in Maat”, ma al clero di Karnak non interessavano queste cose; loro desideravano solo tenere il potere religioso il più a lungo possibile, anche con pugno di ferro che aveva portato loro ricchezze illimitate.

 

Quando Akhenaton venne incoronato, il clero tebano possedeva il controllo effettivo di tutto il tesoro reale e di tutte le rendite finanziarie. Naturalmente non avevano alcuna intenzione di perdere tutto questo solo perché un mistico re diciottenne, forse pazzo, credeva di essere un messia venuto a trasformare il sistema religioso egiziano in monoteismo.

 

Anche se inizialmente tollerarono questo capriccioso re visionario, poi furono obbligati a intervenire.

Per essere equi con il giovane Faraone, dobbiamo dire che i sacerdoti impiegarono ben diciassette/diciotto anni prima di fare una contromossa per togliere il potere al re ribelle.

 

Non si hanno informazioni certe sulla morte del Faraone ribelle. La sua mummia non è ancora stata ritrovata. Forse può essere stato ucciso, ma non si sa niente in proposito.

 

Se questo mio scritto ti ha appassionato, seguimi sui link della nostra Associazione e vieni con noi alla scoperta dell’antico Egitto e dei suoi misteri.

 

Per info:  viaggi.laquesabe@gmail.com     o   bielefrute@hotmail.it

Telefono:  338.5956833

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martedì 27 novembre 2012

TOMBE DEI FARAONI: LE MUMMIE

Le mummie sono corpi conservati di persone o animali morti che si trovano nelle tombe dei faraoni.

La parola mummia, originariamente fu coniata per definire le salme avvolte in bendaggi nelle tombe dei faraoni, della civiltà degli antichi Egizi.

In senso più ampio, però, qualsiasi cadavere che abbia conservato la pelle è una mummia.

Se al momento della morte o della sepoltura si verificano determinate condizioni, le salme possono mummificarsi, cioè conservarsi, in modo naturale.

Questo può accadere nei luoghi umidi e paludosi, dove la torba conserva bene i corpi, al freddo rigido delle alte quote, nelle regioni polari o nei deserti caldi e secchi. Più spesso tuttavia i cadaveri si mantengono per disidratazione, essicazione, in climi asciutti e ventilati come nelle tombe dei faraoni.

Molte culture hanno messo a punto un metodo particolare, detto imbalsamazione, in grado di produrre artificialmente questo risultato che si può vedere molto bene nelle tombe dei faraoni.
     

sarcofago regina Ahhotep XVIII dinastia

   

Gli antichi Egizi sono famosi per i loro sofisticati metodi di imbalsamazione e per complessi riti e usi funebri.
 La mummificazione ha un significato religioso, legato alla speranza della continuazione della vita dopo la morte.

La conservazione del corpo del defunto in modo che rimanga riconoscibile è quindi legata alla credenza della rinascita e di una vita migliore nell’oltretomba.

Gli antichi Egizi credevano che l’anima lasciasse il corpo al momento della morte. 
Dopo la sepoltura l’anima si sarebbe riunita al corpo e la mummia avrebbe continuato a vivere  nell’altro mondo. Perché ciò potesse accadere, il corpo doveva essere ben conservato con appositi sistemi.

Veniva quindi avvolto in bende e deposto in un sarcofago, solitamente di legno, nelle tombe dei faraoni.

La morte per gli antichi Egizi, è un passaggio verso la seconda vita. “Sarai come Ra, sorgerai e tramonterai in eterno” recita il Libro dei Morti.

La mummificazione prepara il defunto, uomo o animale che sia, ad affrontare il viaggio verso l’aldilà.

“Camminerai sulle tue gambe fino alla dimora dell’eternità….Le tue mani potranno reggere per conto tuo fino al luogo della durata infinita”, così prosegue il Libro dei Morti che veniva recitato dai sacerdoti davanti alla mummia del re, nelle tombe dei faraoni.

L’essere vivente consiste in un supporto materiale, il corpo, al quale sono legati gli elementi immateriali: il BA, che corrisponde più o meno all’anima o alla personalità; il KA, che si può definire come “energia vitale” o “doppio eterico”.

La morte separa questi tutti questi elementi.

Per poter iniziare la “seconda” vita è necessario che il corpo si ricongiunga con gli elementi spirituali che lo animavano. Il corpo deve quindi essere preservato.

A ogni tappa della mummificazione le formule magiche rassicurano il defunto sulla sua integrità corporale. La distruzione del corpo comporta il più grave dei rischi: la morte definitiva, la scomparsa, l’annientamento. Sembra essere proprio questo timore all’origine della pratica della mummificazione in uso fin dall’Antico Regno di collocare nelle tombe dei sovrani e dei nobili delle riproduzioni del defunto, statue o teste di riserva in legno o terracotta, per sostituire il corpo deteriorato o mal conservato.

Si potrebbe pensare, tenuto conto delle pratiche e dei monumenti funebri che sono pervenuti fino a noi, che gli antichi Egizi accordassero poca importanza alla vita. Non è così: a tutte le epoche essi l’hanno considerata come il bene più prezioso: “la tua felicità ha più peso della tua vita futura”, recita una iscrizione funeraria del Nuovo Regno.

La morte per gli antichi Egizi rappresentava un semplice passaggio tra due vite e al contempo come un termine, come l’accesso al “luogo da cui non si torna indietro”.

Durante l’Antico Regno solo il sovrano sembra godere di un destino privilegiato. 

Secondo il mito stellare, egli deve raggiungere le “stelle fisse”, le circumpolari e vivere tra gli dei con i quali si identifica. 

Secondo le credenze solari, egli accompagna il sole nella sua corsa attraverso l’”oceano celeste” e partecipa alla rinascita quotidiana dell’astro.

Durante il nuovo Regno il mondo dei morti è ormai visto come una dimora sotterranea sulla quale regna Osiride. 

Questo dio incarna la funzione regale, la forza che governa la vegetazione (alle volte si trovano delle pitture o delle statue di Osiride dipinto di verde) e il perpetuarsi della vita.

Anch’egli ha sperimentato la morte (ucciso dal fratello Seth) e la resurrezione grazie alla dea Iside, sorella e moglie, per questo egli è il dio dei Morti.

Dopo vari rituali e passaggi, il re defunto è pronto per compiere il viaggio nel mondo sotterraneo.

Lo accompagna in questo viaggio il Libro dei Morti, che sottoforma di papiro arrotolato viene deposto nella bara, sulla mummia o in un contenitore usato come base di una statua di Osiride.

 Il papiro, ampiamente illustrato costituisce una sorta di mappa dell’aldilà. 

Ci sono dei tranelli, dei pericoli da evitare, dei mostri da sconfiggere; un mondo popolato da creature mostruose.

Il defunto deve conoscere le formule magiche che gli consentiranno di superare ogni ostacolo e di giungere nel regno dei beati. 

Dopo essere stata imbalsamata e avvolta in bende, la mummia viene deposta in un sarcofago interno, che potevano essere più di uno, a loro volta inseriti in un sarcofago esterno.

Gli antichi Egizi credevano che essi proteggessero magicamente il corpo. 

Erano decorati con motivi ispirati ai testi religiosi e con iscrizioni di formule magiche e incantesimi che avevano lo scopo di aiutare lo spirito della mummia nel suo pericoloso cammino nell’oltretomba.

Meravigliose statue venivano collocate nelle tombe per motivi religiosi, soprattutto del dio Anubi, dalla testa di sciacallo o cane selvatico. Anubi era la divinità della mummificazione, guardiano delle soglia e protettore delle tombe soprattutto delle tombe dei faraoni.

 

Per saperne di più, seguimi sui nostri link e partecipa ai nostri fantastici viaggi.

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sabato 17 novembre 2012

IL CALENDARIO DEGLI ANTICHI EGIZI

Per gli antichi Egizi, la preoccupazione fondamentale, anzi, la loro stessa ragione di vita era la ricerca dell’eternità.
Tutto quello che gli Egizi producevano, dalle costruzioni, alle cerimonie, a ogni rituale, a ogni iscrizione era direttamente o indirettamente influenzato dall’idea di eternità e alla maniera di collegarsi con essa.
Basta osservare le Piramidi di Giza.

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Nell’antico Egitto il fiume Nilo era sacro ed era rappresentato da una divinità con i seni pendenti e una pancia gonfia di cibo e di bevande; rappresentava l’abbondanza che il grande fiume recava con le sue inondazioni.

Per gli antichi Egizi il ciclo annuale delle inondazioni del Nilo trovava anche una correlazione nel ciclo delle stelle e non solo.
Ora, per gli studiosi, non ci sono dubbi nell’asserire che per gli antichi Egizi la lattescente fascia brillante di stelle che noi chiamiamo Via Lattea rappresentasse il Nilo celeste sul quale navigavano gli Dei. “Se l’Egitto è un riflesso del cielo, gli essere divini navigano sulle acque del Grande Fiume che anima il cosmo: la Via Lattea” (Lucie Lamy, studiosa)

Per gli Egizi, che vivevano in un territorio nel quale il Sole brillava per quasi tutto l’anno e che lo vedevano sorgere ogni mattina e tramontare ogni sera, era inevitabile che si accorgessero che il ciclo annuale della piena del Nilo sembrava sincronizzarsi al ciclo annuale del cielo.

Fu quindi abbastanza ovvio che notassero che quando il Sole raggiungeva la sua posizione del solstizio d’estate, il Nilo iniziava a gonfiarsi. Gli Egizi notarono anche che prima del sorgere del sole al solstizio d’estate alcune costellazioni dominavano il cielo sopra l’orizzonte orientale.

Questo li indusse a contare attentamente e a prendere nota del numero dei giorni che intercorrevano tra un ciclo e l’altro. Si accorsero così che il ciclo durava 365 giorni.
Oggi, quasi tutti gli storici dell’antico Egitto, concordano sul fatto che questa scoperta fu compiuta per la prima volta in Egitto, presumibilmente nel IV millennio a.C. e, quasi certamente verso il 2800 a.C. il calendario di 365 giorni fu impiegato dai sacerdoti del Grande Tempio Solare di Eliopoli.

Fu naturale per loro considerare il solstizio d’estate come il primo giorno dell’anno e lo chiamarono, la Nascita di Ra.
Gli antichi Egizi erano dei maestri nell’osservare la natura ma nulla li incuriosiva di più che l’osservazione delle stelle. Sin dai primordi della loro civiltà, essi indagarono e studiarono meticolosamente il sorgere del Sole e delle stelle a oriente, che essi chiamarono “il luogo dove sono nati gli dei”.
Gli Egizi non avevano l’anno bisestile; lasciavano che il loro anno non fosse in armonia con le stagioni, così le stagioni sembravano scivolare in avanti lungo il calendario.
La sincronizzazione del loro calendario si basava sulla levata eliaca di Sirio, evento che gli Egizi chiamavano “iniziatore dell’anno”.

Gli Egizi erano perfettamente a conoscenza che questo evento “scivolava” in avanti di un giorno ogni quattro anni rispetto al calendario ma non fecero nulla per correggerlo inserendo un anno bisestile come nel nostro calendario. Questa loro scelta fu di enorme importanza sul modo in cui gli Egizi concepivano il tempo e l’ordine dell’universo.

Gli antichi Egizi non misuravano il calendario secondo un sistema lineare a partire da un dato evento (come per noi la nascita di Gesù Cristo) e da lì proseguendo all’infinito, ma secondo un ciclo che tornava sempre al suo punto di origine: per gli Egizi il tempo non era lineare ma ciclico.
Il calendario egizio era prevalentemente religioso ed era considerato come uno strumento cosmico tramite il quale poter regolare l’ordine cosmico sulla Terra. Il calendario egizio era di carattere divino.

L’anno degli antichi Egizi aveva solo tre stagioni di quattro mesi ciascuna:
la prima stagione era chiamata Akhet, inondazione, che comprendeva i mesi dall’uno al quattro.
La seconda stagione era chiamata Peret/Proyet, emersione o comparsa delle terre e comprendeva i mesi dal cinque all’otto.
La terza stagione, chiamata Shemu, il raccolto, includeva i mesi dal nove al dodici.
Originariamente i mesi non avevano un nome ma venivano indicati solo con un numero da uno a dodici; solo nel Nuovo Regno vennero assegnati nomi ufficiali.


 Non c’è niente di più bello, di più affascinante che osservare il cielo stellato nel deserto.
La notte scende silenziosa e repentina oscurando il deserto, ma si tratta solo di qualche minuto e poi, piano piano ad est, cominciano ad ammiccare, timidamente, le prime stelle. Altre sembrano accendersi un po’ più in là. Giro gli occhi e vedo che a nord il cielo già luccica di stelle. Lentamente ma con ferma determinazione, il cielo indaco si riempie di luci, sempre più numerose, sempre più fitte.

Il buio della notte viene ammorbidito dal chiarore delle stelle. Ce ne sono tante, tantissime, milioni. Non ne ho mai viste così tante. Sono così tante e così fitte che non riesco a ritrovare le costellazioni che su al nord, in Italia, riconosco così bene.
La costellazione di Orione, così facile da individuare da me, è circondata da così tante stelle da non riuscire a individuarla. Le Iadi del Toro, ho ancora più difficoltà, eppure sono lì, alla destra di Orione. Finalmente riesco a individuare Aldebaran che splende come un diamante in mezzo ad un cielo ricoperto di diamanti e sono felice.

Distesa sulla sabbia dorata, in mezzo al niente, con il vento che scuote leggermente le tende e alza le fiamme del bivacco, ringrazio me stessa per essere venuta nella terra degli antichi Egizi e penso al loro calendario.
Mentre osservo rapita il cielo trapuntato di stelle ammiccanti, mi viene in mente come il ricercatore Robert Buval, anche lui davanti ad un bivacco nel deserto, cantando con gli amici Lucy in the sky dei Beatles, osservando il cielo stellato si sia accorto della relazione tra Orione e le tre Piramidi di Giza.

Alle volte le grandi rivelazioni sono sotto il nostro naso, anzi, sopra la nostra testa.
Vieni con noi a calpestare la terra che grandi Faraoni prima di noi hanno calpestato.

Mi piacerebbe che tu facessi parte dei nostri viaggi.
L’Antico Egitto è un mondo ancora tutto da scoprire e il deserto racchiudere segreti che aspettano solo di essere scoperti.
Per informazioni sui nostri viaggi e sulla nostra modalità di viaggiare, scrivimi:

viaggi.laquesabe@gmail.com     o      bielefrute@hotmail.it       Tel.: 338.5956833
http://capodannoegitto.posterous.com/il-calendario-degli-antichi-egizi Per gli antichi Egizi , la preoccupazione fondamentale, anzi, la loro stessa ragione di vita era la ricerca dell’eternità. Tutto quello che gli Egizi producevano, dalle costruzioni, alle cerimonie, a ogni rituale, a ogni iscrizione era direttamente o indirettamente influenzato dall’idea di eternità ... http://capodannoegitto.posterous.com

IL CALENADARIO DEGLI ANTICHI EGIZI

Per gli antichi Egizi, la preoccupazione fondamentale, anzi, la loro stessa ragione di vita era la ricerca dell’eternità.

Tutto quello che gli Egizi producevano, dalle costruzioni, alle cerimonie, a ogni rituale, a ogni iscrizione era direttamente o indirettamente influenzato dall’idea di eternità e alla maniera di collegarsi con essa.

Basta osservare le Piramidi di Giza.

 

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Nell’antico Egitto il fiume Nilo era sacro ed era rappresentato da una divinità con i seni pendenti e una pancia gonfia di cibo e di bevande; rappresentava l’abbondanza che il grande fiume recava con le sue inondazioni.

 

Per gli antichi Egizi il ciclo annuale delle inondazioni del Nilo trovava anche una correlazione nel ciclo delle stelle e non solo.

Ora, per gli studiosi, non ci sono dubbi nell’asserire che per gli antichi Egizi la lattescente fascia brillante di stelle che noi chiamiamo Via Lattea rappresentasse il Nilo celeste sul quale navigavano gli Dei. “Se l’Egitto è un riflesso del cielo, gli essere divini navigano sulle acque del Grande Fiume che anima il cosmo: la Via Lattea” (Lucie Lamy, studiosa)

 

Per gli Egizi, che vivevano in un territorio nel quale il Sole brillava per quasi tutto l’anno e che lo vedevano sorgere ogni mattina e tramontare ogni sera, era inevitabile che si accorgessero che il ciclo annuale della piena del Nilo sembrava sincronizzarsi al ciclo annuale del cielo.

Fu quindi abbastanza ovvio che notassero che quando il Sole raggiungeva la sua posizione del solstizio d’estate, il Nilo iniziava a gonfiarsi. Gli Egizi notarono anche che prima del sorgere del sole al solstizio d’estate alcune costellazioni dominavano il cielo sopra l’orizzonte orientale.

 

 

 

Questo li indusse a contare attentamente e a prendere nota del numero dei giorni che intercorrevano tra un ciclo e l’altro. Si accorsero così che il ciclo durava 365 giorni.

Oggi, quasi tutti gli storici dell’antico Egitto, concordano sul fatto che questa scoperta fu compiuta per la prima volta in Egitto, presumibilmente nel IV millennio a.C. e, quasi certamente verso il 2800 a.C. il calendario di 365 giorni fu impiegato dai sacerdoti del Grande Tempio Solare di Eliopoli.

 

Fu naturale per loro considerare il solstizio d’estate come il primo giorno dell’anno e lo chiamarono, la Nascita di Ra.

Gli antichi Egizi erano dei maestri nell’osservare la natura ma nulla li incuriosiva di più che l’osservazione delle stelle. Sin dai primordi della loro civiltà, essi indagarono e studiarono meticolosamente il sorgere del Sole e delle stelle a oriente, che essi chiamarono “il luogo dove sono nati gli dei”.

Gli Egizi non avevano l’anno bisestile; lasciavano che il loro anno non fosse in armonia con le stagioni, così le stagioni sembravano scivolare in avanti lungo il calendario.

La sincronizzazione del loro calendario si basava sulla levata eliaca di Sirio, evento che gli Egizi chiamavano “iniziatore dell’anno”.

 

Gli Egizi erano perfettamente a conoscenza che questo evento “scivolava” in avanti di un giorno ogni quattro anni rispetto al calendario ma non fecero nulla per correggerlo inserendo un anno bisestile come nel nostro calendario. Questa loro scelta fu di enorme importanza sul modo in cui gli Egizi concepivano il tempo e l’ordine dell’universo.

Gli antichi Egizi non misuravano il calendario secondo un sistema lineare a partire da un dato evento (come per noi la nascita di Gesù Cristo) e da lì proseguendo all’infinito, ma secondo un ciclo che tornava sempre al suo punto di origine: per gli Egizi il tempo non era lineare ma ciclico.

Il calendario egizio era prevalentemente religioso ed era considerato come uno strumento cosmico tramite il quale poter regolare l’ordine cosmico sulla Terra. Il calendario egizio era di carattere divino.

 

L’anno degli antichi Egizi aveva solo tre stagioni di quattro mesi ciascuna:

la prima stagione era chiamata Akhet, inondazione, che comprendeva i mesi dall’uno al quattro.

La seconda stagione era chiamata Peret/Proyet, emersione o comparsa delle terre e comprendeva i mesi dal cinque all’otto.

La terza stagione, chiamata Shemu, il raccolto, includeva i mesi dal nove al dodici.

Originariamente i mesi non avevano un nome ma venivano indicati solo con un numero da uno a dodici; solo nel Nuovo Regno vennero assegnati nomi ufficiali. 

 

 Non c’è niente di più bello, di più affascinante che osservare il cielo stellato nel deserto.

La notte scende silenziosa e repentina oscurando il deserto, ma si tratta solo di qualche minuto e poi, piano piano ad est, cominciano ad ammiccare, timidamente, le prime stelle. Altre sembrano accendersi un po’ più in là. Giro gli occhi e vedo che a nord il cielo già luccica di stelle. Lentamente ma con ferma determinazione, il cielo indaco si riempie di luci, sempre più numerose, sempre più fitte.

 

Il buio della notte viene ammorbidito dal chiarore delle stelle. Ce ne sono tante, tantissime, milioni. Non ne ho mai viste così tante. Sono così tante e così fitte che non riesco a ritrovare le costellazioni che su al nord, in Italia, riconosco così bene.

La costellazione di Orione, così facile da individuare da me, è circondata da così tante stelle da non riuscire a individuarla. Le Iadi del Toro, ho ancora più difficoltà, eppure sono lì, alla destra di Orione. Finalmente riesco a individuare Aldebaran che splende come un diamante in mezzo ad un cielo ricoperto di diamanti e sono felice.

 

Distesa sulla sabbia dorata, in mezzo al niente, con il vento che scuote leggermente le tende e alza le fiamme del bivacco, ringrazio me stessa per essere venuta nella terra degli antichi Egizi e penso al loro calendario.

Mentre osservo rapita il cielo trapuntato di stelle ammiccanti, mi viene in mente come il ricercatore Robert Buval, anche lui davanti ad un bivacco nel deserto, cantando con gli amici Lucy in the sky dei Beatles, osservando il cielo stellato si sia accorto della relazione tra Orione e le tre Piramidi di Giza.

 

Alle volte le grandi rivelazioni sono sotto il nostro naso, anzi, sopra la nostra testa.

 

Vieni con noi a calpestare la terra che grandi Faraoni prima di noi hanno calpestato.

 

Mi piacerebbe che tu facessi parte dei nostri viaggi.

L’Antico Egitto è un mondo ancora tutto da scoprire e il deserto racchiudere segreti che aspettano solo di essere scoperti.

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http://egitto.posterous.com/il-calenadario-degli-antichi-egizi Per gli antichi Egizi , la preoccupazione fondamentale, anzi, la loro stessa ragione di vita era la ricerca dell’eternità. Tutto quello che gli Egizi producevano, dalle costruzioni, alle cerimonie, a ogni rituale, a ogni iscrizione era direttamente o indirettamente influenzato dall’idea di eternità ... http://egitto.posterous.com

martedì 13 novembre 2012

IL NILO, LA GRANDE VIA DEGLI ANTICHI EGIZI

Nell’Egitto antico, il Nilo, determinava il ritmo dell’anno, della vita e, oltre a  sfamare la popolazione egiziana, rappresentava un’importante via di comunicazione.

Il Nilo per l’egiziano antico, era una sorta di “superstrada” che veniva utilizzata per il trasporto delle persone e anche dei materiali e delle merci.

Prima di costruire imponenti monumenti come le piramidi egiziane, e i loro maestosi Templi, gli Egizi per prima cosa scavavano dei canali che arrivavano il più vicino possibile al luogo dove si doveva edificare.

Dal punto di vista del traffico l’Egitto antico era una società fluviale. Tutto il traffico si svolgeva sul Nilo.

L’egiziano antico costruiva vari tipi di barche, per lo più legando fusti di papiro uno all’altro, ma anche buone barche in legno, come dimostra la “barca del Sole” ritrovata nella Piana di Giza, a pochi passi dalla piramide di Cheope.

Questa barca regale, costruita tutta con il costoso cedro del Libano, perché le palme del Nilo non erano adatte per la costruzione di barche, ha più di 4000 anni. E’ lunga 43 metri e i suoi 1224 pezzi sono stati trovati tutti in buono stato e provvisti di istruzioni per il montaggio.

La barca fu scoperta nel 1954 ed oggi ha un museo, la cui linea architettonica è molto discutibile, tutto suo, a qualche decina di metri dal luogo dal quale è stata estratta.

 

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Gli antichi Egizi presero in prestito dagli invasori asiatici Hyksos, che dominarono il paese tra il 1650 e il 1590 a.C., i leggeri, pratici e molto sportivi cocchi da caccia trainati da cavalli, ma le merci continuarono ad essere trasportate a dorso di asino o su slitte trascinate da buoi.

 

Il Nilo tiene unito il paese, lungo più di 1200 chilometri, ma allo tempo stesso lo divide a metà, quella orientale e quella occidentale.

Per gli antichi Egizi le due rive avevano un significato differente: il sole che sorgeva a est faceva della riva orientale la terra dei vivi, mentre la riva occidentale, dove il sole tramonta, diventava la terra dei morti.

Questa idea di netta separazione tra due mondi è ancora visibile nell’antica capitale di Tebe (oggi Luxor).

I quartieri dei vivi, cioè le case dell’egiziano antico, sorgevano sulla riva orientale.

Sulla riva occidentale, nel ventre della montagna tebana furono scavate le tombe della Valle delle Regine e la Valle dei Re. Furono eretti straordinari complessi templari, i magnifici templi “dei milioni di anni”, dedicati al culto e alle imprese dei sovrani morti.

Recentemente si è scoperto che questi enormi Templi erano costruzioni più complesse, costruiti nel rispetto delle leggi che governano l’Universo, in particolar modo quasi tutti i Templi furono orientati sulla base della precessione degli equinozi .

Il Faraone, nel cui periodo di Regno si verificava il passaggio da una costellazione all’altra, che avveniva ogni 2600, aveva il compito ed il dovere di riallineare il Tempio verso la nuova costellazione sorgente.

Uno dei Templi più belli dell’Egitto antico, che si trovano proprio sulla riva occidentale del Nilo, nei pressi di Tebe, è il Tempio di Deir el-Bahari (che in arabo significa “convento del Nord”) della Regina Hatshepsut.

Ricordo il mio stupore e la mia meraviglia, quando mi trovai di fronte al Tempio della Regina Hatshepsut.

Il luogo alla base della montagna tebana dove è stato costruito il Tempio, forma un’ampia conca rocciosa le cui sporgenze accolgono i visitatori in un’elegante abbraccio.

Il Tempio, tutto bianco, con le tre serie di colonne alte, essenziali, mi sembrò molto attuale, e nella mia mente lo paragonai a un centro commerciale moderno dalle linee nuove e ardite, invece era stato costruito nel 1500 a.C., circa, dall’architetto della Regina, Senenmut.

 

Se l’Egitto era un dono del Nilo, allora, per l’egiziano antico, il Nilo era un dono degli dei.

I sacerdoti egizi portavano in processione le statue degli dei su delle barche, come se stessero navigando sul fiume, perché nell’immaginazione degli antichi Egizi gli dei si muovevano quasi sempre sull’acqua.

 

Circondato dal deserto, l’Egitto antico divenne figlio del Nilo dalle cui acque dipese la sua grandezza e la sua originalità.

 

 

E’ bello conoscere il mondo che ci circonda.

E’ bello visitarlo con persone che lo amano, come te.

Concediti un Capodanno diverso, fuori dai soliti schemi, dai soliti banali luoghi, con le solite noiose, scontate persone; vieni a festeggiare con l’arrivo del 2013 danzando sulle sabbie dorate del deserto con un mare di stelle che illumineranno la tua folle e insolita notte.

Rompi gli indugi, buttati!

 

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