sabato 17 novembre 2012

IL CALENDARIO DEGLI ANTICHI EGIZI

Per gli antichi Egizi, la preoccupazione fondamentale, anzi, la loro stessa ragione di vita era la ricerca dell’eternità.
Tutto quello che gli Egizi producevano, dalle costruzioni, alle cerimonie, a ogni rituale, a ogni iscrizione era direttamente o indirettamente influenzato dall’idea di eternità e alla maniera di collegarsi con essa.
Basta osservare le Piramidi di Giza.

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Nell’antico Egitto il fiume Nilo era sacro ed era rappresentato da una divinità con i seni pendenti e una pancia gonfia di cibo e di bevande; rappresentava l’abbondanza che il grande fiume recava con le sue inondazioni.

Per gli antichi Egizi il ciclo annuale delle inondazioni del Nilo trovava anche una correlazione nel ciclo delle stelle e non solo.
Ora, per gli studiosi, non ci sono dubbi nell’asserire che per gli antichi Egizi la lattescente fascia brillante di stelle che noi chiamiamo Via Lattea rappresentasse il Nilo celeste sul quale navigavano gli Dei. “Se l’Egitto è un riflesso del cielo, gli essere divini navigano sulle acque del Grande Fiume che anima il cosmo: la Via Lattea” (Lucie Lamy, studiosa)

Per gli Egizi, che vivevano in un territorio nel quale il Sole brillava per quasi tutto l’anno e che lo vedevano sorgere ogni mattina e tramontare ogni sera, era inevitabile che si accorgessero che il ciclo annuale della piena del Nilo sembrava sincronizzarsi al ciclo annuale del cielo.

Fu quindi abbastanza ovvio che notassero che quando il Sole raggiungeva la sua posizione del solstizio d’estate, il Nilo iniziava a gonfiarsi. Gli Egizi notarono anche che prima del sorgere del sole al solstizio d’estate alcune costellazioni dominavano il cielo sopra l’orizzonte orientale.

Questo li indusse a contare attentamente e a prendere nota del numero dei giorni che intercorrevano tra un ciclo e l’altro. Si accorsero così che il ciclo durava 365 giorni.
Oggi, quasi tutti gli storici dell’antico Egitto, concordano sul fatto che questa scoperta fu compiuta per la prima volta in Egitto, presumibilmente nel IV millennio a.C. e, quasi certamente verso il 2800 a.C. il calendario di 365 giorni fu impiegato dai sacerdoti del Grande Tempio Solare di Eliopoli.

Fu naturale per loro considerare il solstizio d’estate come il primo giorno dell’anno e lo chiamarono, la Nascita di Ra.
Gli antichi Egizi erano dei maestri nell’osservare la natura ma nulla li incuriosiva di più che l’osservazione delle stelle. Sin dai primordi della loro civiltà, essi indagarono e studiarono meticolosamente il sorgere del Sole e delle stelle a oriente, che essi chiamarono “il luogo dove sono nati gli dei”.
Gli Egizi non avevano l’anno bisestile; lasciavano che il loro anno non fosse in armonia con le stagioni, così le stagioni sembravano scivolare in avanti lungo il calendario.
La sincronizzazione del loro calendario si basava sulla levata eliaca di Sirio, evento che gli Egizi chiamavano “iniziatore dell’anno”.

Gli Egizi erano perfettamente a conoscenza che questo evento “scivolava” in avanti di un giorno ogni quattro anni rispetto al calendario ma non fecero nulla per correggerlo inserendo un anno bisestile come nel nostro calendario. Questa loro scelta fu di enorme importanza sul modo in cui gli Egizi concepivano il tempo e l’ordine dell’universo.

Gli antichi Egizi non misuravano il calendario secondo un sistema lineare a partire da un dato evento (come per noi la nascita di Gesù Cristo) e da lì proseguendo all’infinito, ma secondo un ciclo che tornava sempre al suo punto di origine: per gli Egizi il tempo non era lineare ma ciclico.
Il calendario egizio era prevalentemente religioso ed era considerato come uno strumento cosmico tramite il quale poter regolare l’ordine cosmico sulla Terra. Il calendario egizio era di carattere divino.

L’anno degli antichi Egizi aveva solo tre stagioni di quattro mesi ciascuna:
la prima stagione era chiamata Akhet, inondazione, che comprendeva i mesi dall’uno al quattro.
La seconda stagione era chiamata Peret/Proyet, emersione o comparsa delle terre e comprendeva i mesi dal cinque all’otto.
La terza stagione, chiamata Shemu, il raccolto, includeva i mesi dal nove al dodici.
Originariamente i mesi non avevano un nome ma venivano indicati solo con un numero da uno a dodici; solo nel Nuovo Regno vennero assegnati nomi ufficiali.


 Non c’è niente di più bello, di più affascinante che osservare il cielo stellato nel deserto.
La notte scende silenziosa e repentina oscurando il deserto, ma si tratta solo di qualche minuto e poi, piano piano ad est, cominciano ad ammiccare, timidamente, le prime stelle. Altre sembrano accendersi un po’ più in là. Giro gli occhi e vedo che a nord il cielo già luccica di stelle. Lentamente ma con ferma determinazione, il cielo indaco si riempie di luci, sempre più numerose, sempre più fitte.

Il buio della notte viene ammorbidito dal chiarore delle stelle. Ce ne sono tante, tantissime, milioni. Non ne ho mai viste così tante. Sono così tante e così fitte che non riesco a ritrovare le costellazioni che su al nord, in Italia, riconosco così bene.
La costellazione di Orione, così facile da individuare da me, è circondata da così tante stelle da non riuscire a individuarla. Le Iadi del Toro, ho ancora più difficoltà, eppure sono lì, alla destra di Orione. Finalmente riesco a individuare Aldebaran che splende come un diamante in mezzo ad un cielo ricoperto di diamanti e sono felice.

Distesa sulla sabbia dorata, in mezzo al niente, con il vento che scuote leggermente le tende e alza le fiamme del bivacco, ringrazio me stessa per essere venuta nella terra degli antichi Egizi e penso al loro calendario.
Mentre osservo rapita il cielo trapuntato di stelle ammiccanti, mi viene in mente come il ricercatore Robert Buval, anche lui davanti ad un bivacco nel deserto, cantando con gli amici Lucy in the sky dei Beatles, osservando il cielo stellato si sia accorto della relazione tra Orione e le tre Piramidi di Giza.

Alle volte le grandi rivelazioni sono sotto il nostro naso, anzi, sopra la nostra testa.
Vieni con noi a calpestare la terra che grandi Faraoni prima di noi hanno calpestato.

Mi piacerebbe che tu facessi parte dei nostri viaggi.
L’Antico Egitto è un mondo ancora tutto da scoprire e il deserto racchiudere segreti che aspettano solo di essere scoperti.
Per informazioni sui nostri viaggi e sulla nostra modalità di viaggiare, scrivimi:

viaggi.laquesabe@gmail.com     o      bielefrute@hotmail.it       Tel.: 338.5956833
http://capodannoegitto.posterous.com/il-calendario-degli-antichi-egizi Per gli antichi Egizi , la preoccupazione fondamentale, anzi, la loro stessa ragione di vita era la ricerca dell’eternità. Tutto quello che gli Egizi producevano, dalle costruzioni, alle cerimonie, a ogni rituale, a ogni iscrizione era direttamente o indirettamente influenzato dall’idea di eternità ... http://capodannoegitto.posterous.com

IL CALENADARIO DEGLI ANTICHI EGIZI

Per gli antichi Egizi, la preoccupazione fondamentale, anzi, la loro stessa ragione di vita era la ricerca dell’eternità.

Tutto quello che gli Egizi producevano, dalle costruzioni, alle cerimonie, a ogni rituale, a ogni iscrizione era direttamente o indirettamente influenzato dall’idea di eternità e alla maniera di collegarsi con essa.

Basta osservare le Piramidi di Giza.

 

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Nell’antico Egitto il fiume Nilo era sacro ed era rappresentato da una divinità con i seni pendenti e una pancia gonfia di cibo e di bevande; rappresentava l’abbondanza che il grande fiume recava con le sue inondazioni.

 

Per gli antichi Egizi il ciclo annuale delle inondazioni del Nilo trovava anche una correlazione nel ciclo delle stelle e non solo.

Ora, per gli studiosi, non ci sono dubbi nell’asserire che per gli antichi Egizi la lattescente fascia brillante di stelle che noi chiamiamo Via Lattea rappresentasse il Nilo celeste sul quale navigavano gli Dei. “Se l’Egitto è un riflesso del cielo, gli essere divini navigano sulle acque del Grande Fiume che anima il cosmo: la Via Lattea” (Lucie Lamy, studiosa)

 

Per gli Egizi, che vivevano in un territorio nel quale il Sole brillava per quasi tutto l’anno e che lo vedevano sorgere ogni mattina e tramontare ogni sera, era inevitabile che si accorgessero che il ciclo annuale della piena del Nilo sembrava sincronizzarsi al ciclo annuale del cielo.

Fu quindi abbastanza ovvio che notassero che quando il Sole raggiungeva la sua posizione del solstizio d’estate, il Nilo iniziava a gonfiarsi. Gli Egizi notarono anche che prima del sorgere del sole al solstizio d’estate alcune costellazioni dominavano il cielo sopra l’orizzonte orientale.

 

 

 

Questo li indusse a contare attentamente e a prendere nota del numero dei giorni che intercorrevano tra un ciclo e l’altro. Si accorsero così che il ciclo durava 365 giorni.

Oggi, quasi tutti gli storici dell’antico Egitto, concordano sul fatto che questa scoperta fu compiuta per la prima volta in Egitto, presumibilmente nel IV millennio a.C. e, quasi certamente verso il 2800 a.C. il calendario di 365 giorni fu impiegato dai sacerdoti del Grande Tempio Solare di Eliopoli.

 

Fu naturale per loro considerare il solstizio d’estate come il primo giorno dell’anno e lo chiamarono, la Nascita di Ra.

Gli antichi Egizi erano dei maestri nell’osservare la natura ma nulla li incuriosiva di più che l’osservazione delle stelle. Sin dai primordi della loro civiltà, essi indagarono e studiarono meticolosamente il sorgere del Sole e delle stelle a oriente, che essi chiamarono “il luogo dove sono nati gli dei”.

Gli Egizi non avevano l’anno bisestile; lasciavano che il loro anno non fosse in armonia con le stagioni, così le stagioni sembravano scivolare in avanti lungo il calendario.

La sincronizzazione del loro calendario si basava sulla levata eliaca di Sirio, evento che gli Egizi chiamavano “iniziatore dell’anno”.

 

Gli Egizi erano perfettamente a conoscenza che questo evento “scivolava” in avanti di un giorno ogni quattro anni rispetto al calendario ma non fecero nulla per correggerlo inserendo un anno bisestile come nel nostro calendario. Questa loro scelta fu di enorme importanza sul modo in cui gli Egizi concepivano il tempo e l’ordine dell’universo.

Gli antichi Egizi non misuravano il calendario secondo un sistema lineare a partire da un dato evento (come per noi la nascita di Gesù Cristo) e da lì proseguendo all’infinito, ma secondo un ciclo che tornava sempre al suo punto di origine: per gli Egizi il tempo non era lineare ma ciclico.

Il calendario egizio era prevalentemente religioso ed era considerato come uno strumento cosmico tramite il quale poter regolare l’ordine cosmico sulla Terra. Il calendario egizio era di carattere divino.

 

L’anno degli antichi Egizi aveva solo tre stagioni di quattro mesi ciascuna:

la prima stagione era chiamata Akhet, inondazione, che comprendeva i mesi dall’uno al quattro.

La seconda stagione era chiamata Peret/Proyet, emersione o comparsa delle terre e comprendeva i mesi dal cinque all’otto.

La terza stagione, chiamata Shemu, il raccolto, includeva i mesi dal nove al dodici.

Originariamente i mesi non avevano un nome ma venivano indicati solo con un numero da uno a dodici; solo nel Nuovo Regno vennero assegnati nomi ufficiali. 

 

 Non c’è niente di più bello, di più affascinante che osservare il cielo stellato nel deserto.

La notte scende silenziosa e repentina oscurando il deserto, ma si tratta solo di qualche minuto e poi, piano piano ad est, cominciano ad ammiccare, timidamente, le prime stelle. Altre sembrano accendersi un po’ più in là. Giro gli occhi e vedo che a nord il cielo già luccica di stelle. Lentamente ma con ferma determinazione, il cielo indaco si riempie di luci, sempre più numerose, sempre più fitte.

 

Il buio della notte viene ammorbidito dal chiarore delle stelle. Ce ne sono tante, tantissime, milioni. Non ne ho mai viste così tante. Sono così tante e così fitte che non riesco a ritrovare le costellazioni che su al nord, in Italia, riconosco così bene.

La costellazione di Orione, così facile da individuare da me, è circondata da così tante stelle da non riuscire a individuarla. Le Iadi del Toro, ho ancora più difficoltà, eppure sono lì, alla destra di Orione. Finalmente riesco a individuare Aldebaran che splende come un diamante in mezzo ad un cielo ricoperto di diamanti e sono felice.

 

Distesa sulla sabbia dorata, in mezzo al niente, con il vento che scuote leggermente le tende e alza le fiamme del bivacco, ringrazio me stessa per essere venuta nella terra degli antichi Egizi e penso al loro calendario.

Mentre osservo rapita il cielo trapuntato di stelle ammiccanti, mi viene in mente come il ricercatore Robert Buval, anche lui davanti ad un bivacco nel deserto, cantando con gli amici Lucy in the sky dei Beatles, osservando il cielo stellato si sia accorto della relazione tra Orione e le tre Piramidi di Giza.

 

Alle volte le grandi rivelazioni sono sotto il nostro naso, anzi, sopra la nostra testa.

 

Vieni con noi a calpestare la terra che grandi Faraoni prima di noi hanno calpestato.

 

Mi piacerebbe che tu facessi parte dei nostri viaggi.

L’Antico Egitto è un mondo ancora tutto da scoprire e il deserto racchiudere segreti che aspettano solo di essere scoperti.

Per informazioni sui nostri viaggi e sulla nostra modalità di viaggiare, scrivimi:

 

viaggi.laquesabe@gmail.com     o      bielefrute@hotmail.it       Tel.: 338.5956833

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martedì 13 novembre 2012

IL NILO, LA GRANDE VIA DEGLI ANTICHI EGIZI

Nell’Egitto antico, il Nilo, determinava il ritmo dell’anno, della vita e, oltre a  sfamare la popolazione egiziana, rappresentava un’importante via di comunicazione.

Il Nilo per l’egiziano antico, era una sorta di “superstrada” che veniva utilizzata per il trasporto delle persone e anche dei materiali e delle merci.

Prima di costruire imponenti monumenti come le piramidi egiziane, e i loro maestosi Templi, gli Egizi per prima cosa scavavano dei canali che arrivavano il più vicino possibile al luogo dove si doveva edificare.

Dal punto di vista del traffico l’Egitto antico era una società fluviale. Tutto il traffico si svolgeva sul Nilo.

L’egiziano antico costruiva vari tipi di barche, per lo più legando fusti di papiro uno all’altro, ma anche buone barche in legno, come dimostra la “barca del Sole” ritrovata nella Piana di Giza, a pochi passi dalla piramide di Cheope.

Questa barca regale, costruita tutta con il costoso cedro del Libano, perché le palme del Nilo non erano adatte per la costruzione di barche, ha più di 4000 anni. E’ lunga 43 metri e i suoi 1224 pezzi sono stati trovati tutti in buono stato e provvisti di istruzioni per il montaggio.

La barca fu scoperta nel 1954 ed oggi ha un museo, la cui linea architettonica è molto discutibile, tutto suo, a qualche decina di metri dal luogo dal quale è stata estratta.

 

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Gli antichi Egizi presero in prestito dagli invasori asiatici Hyksos, che dominarono il paese tra il 1650 e il 1590 a.C., i leggeri, pratici e molto sportivi cocchi da caccia trainati da cavalli, ma le merci continuarono ad essere trasportate a dorso di asino o su slitte trascinate da buoi.

 

Il Nilo tiene unito il paese, lungo più di 1200 chilometri, ma allo tempo stesso lo divide a metà, quella orientale e quella occidentale.

Per gli antichi Egizi le due rive avevano un significato differente: il sole che sorgeva a est faceva della riva orientale la terra dei vivi, mentre la riva occidentale, dove il sole tramonta, diventava la terra dei morti.

Questa idea di netta separazione tra due mondi è ancora visibile nell’antica capitale di Tebe (oggi Luxor).

I quartieri dei vivi, cioè le case dell’egiziano antico, sorgevano sulla riva orientale.

Sulla riva occidentale, nel ventre della montagna tebana furono scavate le tombe della Valle delle Regine e la Valle dei Re. Furono eretti straordinari complessi templari, i magnifici templi “dei milioni di anni”, dedicati al culto e alle imprese dei sovrani morti.

Recentemente si è scoperto che questi enormi Templi erano costruzioni più complesse, costruiti nel rispetto delle leggi che governano l’Universo, in particolar modo quasi tutti i Templi furono orientati sulla base della precessione degli equinozi .

Il Faraone, nel cui periodo di Regno si verificava il passaggio da una costellazione all’altra, che avveniva ogni 2600, aveva il compito ed il dovere di riallineare il Tempio verso la nuova costellazione sorgente.

Uno dei Templi più belli dell’Egitto antico, che si trovano proprio sulla riva occidentale del Nilo, nei pressi di Tebe, è il Tempio di Deir el-Bahari (che in arabo significa “convento del Nord”) della Regina Hatshepsut.

Ricordo il mio stupore e la mia meraviglia, quando mi trovai di fronte al Tempio della Regina Hatshepsut.

Il luogo alla base della montagna tebana dove è stato costruito il Tempio, forma un’ampia conca rocciosa le cui sporgenze accolgono i visitatori in un’elegante abbraccio.

Il Tempio, tutto bianco, con le tre serie di colonne alte, essenziali, mi sembrò molto attuale, e nella mia mente lo paragonai a un centro commerciale moderno dalle linee nuove e ardite, invece era stato costruito nel 1500 a.C., circa, dall’architetto della Regina, Senenmut.

 

Se l’Egitto era un dono del Nilo, allora, per l’egiziano antico, il Nilo era un dono degli dei.

I sacerdoti egizi portavano in processione le statue degli dei su delle barche, come se stessero navigando sul fiume, perché nell’immaginazione degli antichi Egizi gli dei si muovevano quasi sempre sull’acqua.

 

Circondato dal deserto, l’Egitto antico divenne figlio del Nilo dalle cui acque dipese la sua grandezza e la sua originalità.

 

 

E’ bello conoscere il mondo che ci circonda.

E’ bello visitarlo con persone che lo amano, come te.

Concediti un Capodanno diverso, fuori dai soliti schemi, dai soliti banali luoghi, con le solite noiose, scontate persone; vieni a festeggiare con l’arrivo del 2013 danzando sulle sabbie dorate del deserto con un mare di stelle che illumineranno la tua folle e insolita notte.

Rompi gli indugi, buttati!

 

Per info:     viaggi.laquesabe@gmail.com     bielefrute@hotmail.it    Tel.:  3385956833 

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lunedì 12 novembre 2012

CAPODANNO NEL DESERTO EGIZIANO - Way not? Perchè no?

Il deserto egiziano è una delle più spettacolari e straordinarie zone del mondo.

La parola non rende la stupefacente bellezza delle continue, mutevoli visioni delle varie tipologie di deserto che si susseguono percorrendolo.

Il deserto nero con le sue pietre di basalto conficcate nel suolo che sembrano le onde pietrificate di un mare arcaico.

 

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Il deserto bianco, un’immensa porzione di Sahara egiziano che si dilata tra l’oasi di Bahariya e Farafra, fino a toccare l’oasi di Siwa a nord e la nazione libica ovest, unendo le desolate terre del Deserto Occidentale con il Grande Mare di Sabbia a sud.

Placche bianchissime, montagne di gesso, candidi ammassi di calcare danno al paesaggio un senso d’irrealtà, di sogno.

Il deserto occidentale è contraddistinto da enormi depressioni, fondi di antichi mari e montagne con picchi che alle volte raggiungono anche i 500 mt. spaccate da profonde e silenziose gole, dove il vento si insinua sibilando e cantando e erodendo pian piano i loro fianchi.

  

Forse l’immagine che noi occidentali abbiamo del  deserto”, è quella di una sconfinata distesa di sabbia dorata costellata da dune che si perde all’orizzonte sempre uguale e  identica a se stessa giorno dopo giorno.

Anch’io, come te, pensavo che il deserto fosse una banale, arida e inospitale regione, e dopo che ne avevi vista una, ti bastava per il resto della vita.

E invece mi sbagliavo!

Quando mi sono recata per la prima volta nel deserto del Sahara egiziano, il deserto mi ha subito smentito; ha subito demolito le mie fragili e incomplete opinioni seducendomi come un amante incorreggibile.

Sono stata piacevolmente affascinata dalla mutevolezza, dalla varietà del paesaggio desertico, dalla sua diversa storia geologica, dai suoi colori cangianti e mai uguali, dai suoi tramonti incantevoli e mozza fiato e dalle sue albe da sogno.

Ho scoperto che il deserto è conforme alla mia anima sempre inquieta, sempre alla ricerca, sempre agitata. Il deserto mi riempie di pace, di stupore, di meraviglia. Calma la mia voglia di “fare” e mi tiene ancorata all’”essere”.

Questo posto così strano, completamente vuoto, che pare privo di vita, suscita in me emozioni e turbamenti che m’inducono a pormi in modi sempre nuovi e diversi nei confronti della vita.

Non per niente il deserto è stato un luogo portentoso per tutte le religioni, dove sono avvenute rivelazioni impensabili altrove, perché la smisuratezza dello spazio vuoto induceva ai pensieri più arditi, destinati a cambiare il mondo.

La maggior parte dei monasteri copti, come quello di Sant’Antonio del Deserto, è stata costruita proprio in pieno deserto ed hanno l’aspetto di una cittadella sahariana fortificata, difesa da torri e da alte mura color ocra, che da lontano non lascia scorgere nulla al loro interno dando una sensazione di chiuso o di caserma.

Questi monasteri sono stati costruiti a partire dal quarto secolo.

Il loro numero dei monasteri si è moltiplicato in modo straordinario per tutto l’Egitto. Un sempre maggior numero di monaci si rifugiò nel deserto a purificare la loro anima con la rinuncia e la solitudine e la fama di questi santi e anacoreti era diventata così grande che venivano in pellegrinaggio a cercarli dall’Italia, dalle Gallie e da ancora più lontano…..

No, non sono diventata un anacoreta, né un monaco, né un eremita ma posso dire che il deserto induce alla meditazione più profonda, chiama a porsi delle domande, invita alla riflessione e, alle volte, obbliga a fare il punto della propria situazione personale.

 

Il deserto però è anche un vasto, ineguagliabile parco giochi. Qui si può tornare bambini scivolando con una tavola da snowbord sulle dune; fare le capriole e rotolare giù lungo i fianchi delle montagnole di sabbia ridendo e giocando come monelli.

Le guide beduine che ci accompagnano nei nostri tour, sono ragazzi anch’essi, pronti al gioco, allo scherzo, al divertimento. Ci sono momenti di grande convivialità e gioco e momenti di riflessione, di distacco, dove ognuno di noi può cercare un momento d’intimità e silenzio tutto per sé.

 

Come Associazione La Que Sabe, abbiamo pensato a un modo diverso di festeggiare il Capodanno entrando e sostando per qualche giorno nel deserto e festeggiando in quella sconfinata distesa una della più insolita e straordinaria fine dell’anno 2012 e inizio del 2013.

 

Ti propongo un Capodanno davvero speciale, lontano dai luoghi comuni, banali, noiosi.

Un Capodanno ricco di suoni, di danze, di balli, di cibo, di musica e divertimento nel luogo più insolito, più unico e carico di fascino che tu possa mai immaginare.

Una notte all’insegna della gioia e del divertimento più raro, eccitante e differente.

Avrai per tetto un cielo stracolmo di miliardi di stelle che brilleranno solo per te, mentre il candore e la brillantezza della Via Lattea illuminerà la tua infinita notte.

Ballerai, canterai, ti divertirai con noi fino all’alba del nuovo anno e oltre.

Ti ricordo il proverbio: “Quello che fai al primo dell’anno, lo fai per tutto l’anno!!”

Meditate gente, meditate!

 

Al suono dei tamburi, nel bagliore di vasti fuochi sparsi attorno a noi, danzando assieme ai nostri amici beduini, nel calore e nella gioia di stare assieme, scoprirai che nel cuore di ogni uomo o donna non ci sono confini, non ci sono razze né colore, non ci sono religioni che ci possono dividere.

Scoprirai di essere cittadino del mondo, fratello e amico del tuo vicino che si sta scaldando al fuoco come te. Potrai avere la sensazione di far parte di una nazione molto più grande, molto più ricca, molto più tua rispetto a quella dalla quale provieni.

Essere cittadino del mondo e sentirti tale, è un diritto che ti spetta da quando sei nato.

Vivilo con noi questo insolito Capodanno, attendendo la fine di questo 2012, un anno che non è stato né meglio né peggio degli altri anni, nel cuore del deserto egiziano..

Vieni a festeggiare con noi l’inizio di un nuovo anno carico di possibilità, ricco di amore, solidarietà, amicizia e … viaggi.

                      

 

 

 

Affrettati, ci sono ancora pochi posti disponibili!!

Concediti un Capodanno da Faraone!

 

Per conoscere le modalità, il programma i prezzi e saperne di più scrivimi:  viaggi.laquesabe@gmail.com  o   bielefrute@hotmail.it

Tel. 3385956833

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mercoledì 7 novembre 2012

CHE COS'E' UN' OASI

L’oasi, meravigliosa visione che spunta dalle sabbie del deserto infuocato, danzando nell’aria calda come una visione verde pulsante di vita e presagio di ristoro e conforto per chi la scorge da lontano; gemma di smeraldo che sembra precipitata sulla sabbia dorata in tempo imprecisabile.

Invece, l’oasi è una magnifica creazione dell’ingegno umano.

Nell’oasi ogni luogo, ogni architettura, ogni manufatto sono carichi di significato.

Nell’oasi  nulla è superfluo o inutile; tutto è utilizzato, usato, adattato.

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Il termine “oasi” con la sua definizione moderna e coerente, venne data dal geografo greco Strabone che viaggiò in Egitto, risalendo anche il Nilo, nel 24/25 a.C.

Egli descrive così l’oasi:

“Gli Egiziani chiamano “oasi” i luoghi abitati circondati da vasti deserti, come isole nel mare aperto”.

E il termine “oasi” deriva proprio dall’egiziano wahat che esprime l’idea di acqua e umidità.

Per “oasi” s’intende tutto un ecosistema formato da stanziamento umano, palmeto, coltivazioni ed elaborati sistemi di estrazione e distribuzione dell’acqua estratta dal sottosuolo. E’ un paesaggio, un “giardino” dove le palme da dattero, gli olivi, la vite, gli alberi da frutto come le albicocche, gli agrumi, la canna da zucchero, l’erba per gli animali sono piantati e coltivati meticolosamente con sistemi, in alcune piccole oasi, ancora manuali.

Ecco come definisce un’ oasi lo scrittore Pietro Laureano:

 “l’oasi è un insediamento umano che in condizioni geografiche aride usa le risorse disponibili localmente per creare un’amplificazione di effetti positivi e determinare una nicchia vitale auto sostenibile e un ambiente fertile in contrasto con l’intorno sfavorevole”

 

Nell’oasi il campo coltivato è chiamato “jenna”, che in arabo significa “giardino” e “paradiso”.

Questa stretta relazione fra il giardino e l’idea del paradiso è propria della cultura islamica.

Nell’oasi la coltivazione dei “giardini” è un elemento molto importante in quanto struttura che ordina, che organizza il territorio; una geometria come azione creativa dovuta all’ostilità del deserto che la circonda. Una necessità di ordine e struttura; di confini ben delimitati e segnati, in risposta agli enormi e sconfinati spazi del deserto.

 

L’architettura degli edifici nell’oasi è essenziale e resa ottimale per renderla adatta al difficile ambiente circostante e al calore estivo; essa si esprime attraverso elementi genuini e naturali come la terra cruda, il fango, le foglie di palma secche, la luce, l’acqua.

 

Il deserto e la vegetazione, il cielo e la sabbia, il vento, i rumori, il calore, gli odori entrano, a pieno diritto, tra gli elementi della struttura urbana.

Niente è lasciato al caso; tutto ruota attorno all’elemento acqua, sole, terra.

 

Quando mi aggiro per le strade di Bawiti, capoluogo dell’oasi di Baharia, mi sento proiettata fuori dallo spazio-tempo abituale europeo o anche solo metropolitano.

Il traffico sulle arterie principali della cittadina è composto prevalentemente da auto fuoristrada che sembra senza età e che trasportano di tutto dalle pecore, ai tappeti, all’erba appena raccolta nei “giardini”, alle persone.

Il suono dei clacson delle auto è continuo e può essere usato per qualunque cosa; per salutare un amico, per avvertire che si sta arrivando, per far spostare i pedoni dalla strada, per far uscire qualcuno da casa.

Dal mio punto di vista l’egiziano e il clacson della sua auto sono inseparabili.

Al Cairo si parlano, da una parte all’altra della strada, azionando in diversi modi il clacson.

 

L’elemento costante che incontri anche per le stradine di Bawuiti è la sabbia; essa è presente dovunque. Le strade stesse, eccetto quella principale, sono composte da sabbia. I mezzi corrono sulla sabbia, e la sabbia ricopre il suolo della città.

Il deserto è appena fuori dalla città, subito dopo i lussureggianti giardini e le floride palme cariche di datteri.

Il vento, da qualunque parte soffi, trasporta la sabbia fino alle porte delle case, entra nei negozi e crea una patina di antico in ogni luogo. La gente del luogo è abituata e non ci fa più caso; convivono con essa senza isterismi o nervosismi come noi occidentali.

 

L’elemento fondamentale per la creazione e la vita dell’oasi è l’acqua.

Senza l’acqua non esiste la vita, soprattutto nel deserto.

Nella lingua araba egiziana la parola acqua è detta “maja”.

 

La religione islamica è germogliata in uno degli ambienti tra i più aridi e ostili all’uomo come il deserto del Sahara. Queste caratteristiche non potevano non trasformare

l’ acqua in sostanza “divina”, preziosa, dono concesso da Dio e da usare con cura e in maniera accorta, senza sprechi né abusi.

 

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 Vieni con noi alla scoperta dei giardini segreti delle oasi.

Seguici, scrivici, iscriviti ai nostri viaggi di sogno.

Info:  viaggi.laquesabe@gmail.com

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http://egitto.posterous.com/che-cose-un-oasi L’ oas i, meravigliosa visione che spunta dalle sabbie del deserto infuocato, danzando nell’aria calda come una visione verde pulsante di vita e presagio di ristoro e conforto per chi la scorge da lontano; gemma di smeraldo che sembra precipitata sulla sabbia dorata in tempo imprecisabile. Invece, l ... http://egitto.posterous.com

martedì 6 novembre 2012

IL SAHARA NON E' SEMPRE STATO UN DESERTO

La morfologia del deserto del Sahara,  è così diversa e tormentata, che alle volte ci si chiede se non ci siano diversi deserti inseriti uno nell’altro come una matrioska.

Il Sahara è composto da enormi ammassamenti di dune che in certe zone, al confine con il Sudan e la Libia, formano un vero e proprio “mare di sabbia”.

Negli sconfinati spazi pietrosi, nelle sterili e aspre depressioni saline, nelle montagne dagli alti picchi e dalle profonde gole, nelle estese porzioni bianche composte di gesso e calcare che rendono il paesaggio quasi magico del deserto del Sahara, è possibile leggere, meglio che in qualsiasi altro luogo, l’antica storia della Terra.

Il suolo di questo enorme deserto, privo di vegetazione e di humus (se escludiamo le oasi), presenta in modo chiaro ed inequivocabile, le stratificazioni delle ere geologiche,  come un libro aperto della natura che è lì per essere letto.

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Queste stratificazioni raccontano dell’avvicendarsi di epoche aride e umide, conservando la memoria di lontani cataclismi e sconvolgimenti climatici.

Il più recente periodo secco che ha interessato il deserto del Sahara, è iniziato circa 10.000 anni fa, quando già l’uomo viveva e prosperava in questa zone.

Qualche studioso non allineato, afferma che la grande e mai eguagliata civiltà egizia, sia stata molto fiorente in quel periodo e che le Piramidi stesse siano state costruire circa nel 10,500 a.C.

Gli essere umani, al sopraggiungere del periodo arido del Sahara, si ritirarono sugli altipiani più elevati, nelle cui profonde gole, al riparo dagli alti picchi, si mantenevano molto bene il clima, la flora e la fauna di tipo tropicale necessarie alla sopravvivenza.

Una parte cospicua di esseri umani, provenienti probabilmente dalle zone di quello che è oggi “il grande mare di sabbia”, si spostarono lungo le rive del fiume Nilo colonizzandole e rendendole fiorenti.

 

Lo studioso Robert Buval, nel suo libro di grande successo “Black Genesis”, ipotizza che l’origine della grande civiltà egizia, sia di provenienza centroafricana, e più propriamente dalla zona di Jabal Uweinat, un’area rocciosa sul confine tra la Libia, il Sudan e l’Egitto.

 

Questa zona è conosciuta in Egitto come Gilf al-Kabir (in italiano: Grande Barriera), nelle cui grotte sono stati rinvenuti antichissimi graffiti  detti petroglifi, che indicano, soprattutto per le figure di gente che nuota e si tuffa in un “lago?” che la zona in tempi antichi era fertile, verde e ben fornita di acqua.

 

L’ipotesi di Buval è che gli antichi egizi avessero mantenuto un legame duraturo e stretto con le loro terre d’origine e che Jabal Uweinat fosse solamente un punto di passaggio.

Questa tesi afrocentrista è anche sorretta da un altro elemento molto importante e che ritorna spesso nei misteri e segreti irrisolti dell’egittologia, la Sfinge.

L’egittologia ufficiale sostiene che il volto della Sfinge ricalchi quello del faraone Cheope

Ma un’attenta analisi compiuta da esperti forensi della Polizia criminale di New York, ha messo in evidenza che la somiglianza tra il volto di Cheope e quello della Sfinge non è fondato.

Osservando la Sfinge di profilo si nota chiaramente che i suoi tratti somatici sono diversi da quelli degli antichi egizi che noi siamo abituati a vedere nella statue o nei loro affreschi.

Non è difficile riconoscere che il volto della Sfinge ha tratti specificatamente negroidi.

Questo fatto supporta la teoria di Buval e della sua Blak Genesis.

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Recentemente le impressionanti quantità di graffiti e pitture rupestri rinvenute nelle grotte di Gilf al-Kabir, del Tassili, degli Hoggar e sul Tibesti, sono diventate oggetto di studio sistematici che aprono nuovi campi d’indagine alla storia dell’arte e della provenienza della cultura dell’antico Egitto.

L’uomo controllando, abitando, percorrendo l’ambiente del deserto in cui vive lo ha reso vibrante, strategico: il Sahara, infatti, è considerato “la porta dell’Africa” perché domina l’accesso e custodisce, suggella i tesori del Continente più grande e più ricco del mondo.

 

Il deserto del Sahara è ricco di racconti terribili e fantastici, carichi di mistero e di magia, dove quaranta ladroni nascondono i loro tesori in una grotta nell’immensità del deserto e dove, uno sfaccendato, simpatico  Aladino, ruba loro la parola magica per aprire la porta del covo e rubare i loro tesori.

 

L’immagine del deserto del Sahara  quale monotona, arida solitudine, pura curiosità geografica ai confini del mondo e della storia, che si è tramandata fino ai nostri giorni, non ha più ragion d’essere.

Fra le aride distese, fra le dune dorate e mobili, fra le gole secche e frustate dal vento, riecheggiano voci di città, di imperi, di civiltà che hanno reso abitabile e popolato il deserto del Sahara  e questo ci permette di provare forti emozioni e di contattare vecchie memorie che ancora permangono nell’aria calda ed immobile del deserto.

 

Se questi ambienti ancestrali e magici fanno sorgere in te il desiderio di immergerti nel fascino del deserto del Sahara egiziano, contattami, scrivimi, sarà lieta di tenerti informato/a sui nostri simpatici e suggestivi viaggi all’interno del deserto :

 

per info: viaggi.laquesabe@gmail.com

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Telefono:  338.5956833

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giovedì 1 novembre 2012

ANIMALI DEL SAHARA : IL DROMEDARIO - LA NAVE DEL DESERTO

Il dromedario fa parte della famiglia dei camelidi (Camelus Dromedarius) e ha una gobba sola.

Il dromedario è uno degli animali del Sahara più conosciuti.

All'origine non era uno degli animali del Sahara, perchè è  originario del Medio e Vicino Oriente.

Si è adattato molto bene a vivere nei climi caldi e nel deserto.

La vita dell’uomo nel deserto del Sahara non sarebbe stata possibile senza il dromedario.

Il dromedario selvaggio è uno degli animali del Sahara che è stato addomesticato nei deserti del Vicino Oriente circa 4000 anni fa e da quasi 2000 anni è stato introdotto nel Sahara diventando un animale indispensabile e un mezzo di trasporto unico ed essenziale.

Ora è uno degli animali del Sahara  tra i più importanti e necessari.

Nelle regioni aride e desertiche del Sahara, il commercio e gli scambi culturali non avrebbero potuto essere esercitati se non ci fosse stato il dromedario.

Il dromedario ha, infatti, un’eccezionale resistenza al caldo e alla sete: anche quando la temperatura nel deserto supera i 50° C., può restare senza bere per molti giorni.

Per questo motivo è diventato uno degli animali del Sahara più resistenti.

Il suo segreto è perdere meno acqua possibile.

Per esempio suda soltanto dopo che la sua temperatura corporea è aumentata di molti gradi e così i pericoli della disidratazione sono limitati al massimo.

A questo si aggiunge il fatto che il dromedario ha una grande resistenza fisica, indispensabile per affrontare i lunghi e faticosi viaggi nel deserto del Sahara.

Le lunghe zampe lo aiutano a disperdere meglio il calore in eccesso e lo tengono lontano dal suolo, dove la temperatura è più elevata.

Il dromedario da soma è più massiccio di quello da sella e può trasportare fino a 260 Kg. di merce da un capo all’altro del Sahara.
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E’ stata una bella esperienza quando, nell’oasi di Baharia, mi sono concessa una passeggiata nel deserto a dorso di dromedario.

La salita in groppa è stata relativamente facile per me, perché l’animale era accovacciato a terra e tenuto per le briglie dal cammelliere. 

Mi sono messa tranquilla in sella e…………. quando l’animale si è sollevato sulle quattro zampe credevo di precipitare  dalla sella atterrando davanti al muso del mite dromedario.

E’ stato un momento di sorpresa e di spavento, superato con grasse risate da parte delle mie amiche e mie.

La passeggiata su questi animali del Sahara è stata bella, interessante e strana.

Se soffri il mal di mare è meglio che scendi subito dal dromedario. In effetti, il dromedario cammina portando avanti prima le due zampe di destra e poi quelle di sinistra; questo suo incedere è simile al rollio di una nave (forse per questo si chiama “nave del deserto”??); vieni dondolato, o meglio spostato da destra a sinistra. 

Per me era un avanzare piacevole, non mi disturbava per niente.

Mentre avanzavo nel silenzio del deserto, con il fruscio del vento nelle orecchie, guardavo le zampe del dromedario sul quale stava seduta la mia amica davanti a me e mi sono stupita nell’osservare la bellezza e la perfezione del piede dell’animale. 

Il piede del dromedario è largo e piatto per non affondare nella sabbia; è privo di zoccolo, ed è protetto dal calore della sabbia da uno spesso strato calloso. Questo strato calloso non è rigido, ma sembra essere fatto di materiale quasi gommoso; difatti ogni qualvolta che l’animale poggiava il piede per terra, il corpo calloso si allargava come fosse stato un cuscinetto di grasso o di gomma.

Era molto bello da vedere e come sempre la natura mi stupisce e mi affascina.
Che cosa meravigliosa il piede del dromedario!!!

Un’altra curiosità: la gobba del dromedario non contiene acqua, ma grasso, che serve a nutrirlo quando il cibo è scarso. Il grasso però può essere trasformato anche in acqua attraverso una speciale reazione chimica. 

I 40 Kg. di grasso contenuti nella gobba di un dromedario medio possono essere trasformati in 40 litri di acqua.

I dromedari possono bere fino a 200 litri d’acqua, e d’inverno possono resistere senza bere per mesi, invece d’estate può resistere per periodi più limitati, ma in media dieci volte più a lungo di un uomo.

La sella che usano i Beduini egiziani è una specie di anello costruito con fibre e ricoperto di stoffe, con un tientibene in legno sul davanti, dove ti aggrappi quando sei in groppa.
La sella ad anello circonda la gobba e, dopo essere ben legata al sottopancia, è facile e abbastanza confortevole.
 
 PROVERBIO BEDUINO:
"Sotto il sole del deserto il cammelliere fa i suoi progetti, ma li fa anche il cammello"




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Se vuoi provare di persona cosa signifca cavalcare un dromedario o per saperne di più sui nostri viaggi o avere altre notizie curiose e interessanti, scrivici:


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