lunedì 22 aprile 2013

La regina Hatshepsut, primo faraone donna dell’antico Egitto.



Nome geroglifico del faraone donna: Maat-ka-Ra Khenemet-Imen-Hat-shepesut = Maat è il ka di Ra. 
Colei che Amon abbraccia, Hatshepsut, la prima delle dame venerabili.
Il primo faraone donna.

Regnò dal 1478 al 1458 a.C. – XVIII dinastia

Hatshepsut  era figlia di Thutmosisi I e moglie di Thutmosis II al quale aveva dato una figlia, Neferura.
Aatshepsut, donna faraone


Il marito, Thutmosis II, non avendo avuto figli maschi, designò quale suo successore un figlio avuto da una nobil dama dell’harem, Isis.

Essendo il bambino ancora piccolo, Hatshpsut regnò al suo posto, faraone donna.

Per due anni la regina si comportò come una reggente irreprensibile e in tutte le cerimonie ufficiali permise che il giovane re avesse la precedenza.

Ma alla fine del settimo anno di regno, Hatshepsut era diventata oramai regina e faraone donna d’Egitto, co-reggente o meglio partner predominante di Thutmosis III.

Non sapremo mai che cosa causò questa insolita trasformazione, da co-reggente a faraone, ma quello che si sa per certo è che questa situazione fosse pienamente accettabile agli egiziani e alla potente casta sacerdotale.

Non ci è pervenuta alcuna testimonianza relativa a qualche tentativo di allontanare il nuovo faraone femmina dalla sua posizione di potere.

La stessa regina giustificava il proprio diritto a regnare enfatizzando la sua posizione come figlia di Amon-Ra.

La storia del suo concepimento e della sua nascita divina la troviamo narrata sulle pareti del suo tempio funerario, Deir El-Bahari a Tebe.

Sulle pareti si può leggere:
 “la regina (madre di Hatshepsut) sorrise davanti alla sua maestà, il dio Amon.
Il dio le si accostò, il suo pene era eretto.
 Egli le donò il suo cuore….
Lei fu riempita di gioia alla vista della sua bellezza.
 Il suo amore penetrò nelle sue membra.
 Il palazzo fu inondato dalla fragranza del dio e tutte le essenze era come se provenissero da Punt”.

(Dal regno di Punt l’Egitto importava grosse quantità di incenso).

Qui possiamo considerare che Hatshepsut, invece che faraone donna fosse concepita come maschio e che il suo diritto a regnare come faraone donna sull’Egitto è riconosciuto niente meno che dal dio Amon in persona.
Per centinaia di anni il faraone era stato raffigurato come un uomo forte, vigoroso, sicuro di sé e fisicamente perfetto.

Anche se questo concetto nel tempo subì alcune variazioni.

I faraoni dell’Antico Regno erano rappresentati come figure fiere che ispiravano timore, mentre i loro successori del Medio Regno preferirono conferire alle loro immagini un aspetto più umano alla loro regalità; comunque si trattava di differenze di poco conto.

I pittori e gli scultori egizi sapevano bene quale dovesse essere l’aspetto di un sovrano, e quindi anche nel caso della regina Hatshepsut si accinsero a raffigurare il nuovo sovrano negli atteggiamenti e con l’abbigliamento stabiliti dalla tradizione.

Così vediamo la regina raffigurata con un corpo maschile privo di seni, con gli abiti e le consuete insegne regali: gonnellino, corona o fazzoletto sul capo (nemes), ampio collare e barba falsa.

Questa è un’ulteriore conferma della totale accettazione di Hastshepsut come faraone donna d’Egitto da parte della società egiziana.

Non credo che Hatshepsut avesse intenzione di ingannare il popolo e le classi dominanti, facendosi spacciare per un uomo.

Le iscrizione del suo tempio  indicano chiaramente quale fosse il suo sesso a tutti coloro che erano in grado di leggere.

La regina sapeva che il faraone era indispensabile per la salvaguardia di Maat, senza Maat l’Egitto sarebbe precipitato nel caos.

Nell’antico Egitto, Maat era la regola, l’ordine, la ritualità, la rettitudine, la giustizia, la morale, l’armonia universale.

Era la misura secondo la quale ogni cosa veniva misurata.
Era la rettitudine, la verità, la legge divina.

Per il faraone avere Maat nel cuore significava governare con giustizia, armonia, misura.

Il sovrano si ispirava alla regola di Maat e per questo non poteva essere un tiranno, perché la sua volontà doveva essere solo Maat, al di fuori di Maat c’era il caos.

In virtù di questo legame fra il faraone e Maat, l’isituzione faraonica fu la più durevole dei regimi politici mondiali e attraversò i secoli.

Le statue di Hatshpsut, come quelle degli altri sovrani, erano destinate ai templi, non al grande pubblico. Erano arredi che venivano visti solo dagli dei ed erano gli dei infatti che dovevano essere convinti che sul trono d’Egitto sedeva un re.

Hatshpsut garantì all’Egitto molti anni di pace e prosperità oltre che miglioramenti in tutti i campi.

Il suo programma edilizio fu molto ambizioso, non solo costruì nuovi monumenti ma restaurò e conservò molti altri che erano caduti in rovina.

Restaurando i monumenti dei suoi predecessori la regina dimostrava la propria capacità di saper preservare Maat e la propria idoneità all’esercizio del potere regale.

Fece ampliare il tempio di Karnak e costruì uno dei templi più belli del mondo, Deir el-Bahari, sulla riva occidentale nel Nilo a Luxor.

In politica estera si affrettò a consolidare i confini garantendo e promuovendo il commercio estero.

Famosa fu la spedizione commerciale realizzata da Thutmosis III verso il regno di Punt che è stata immortalata sulle pareti del tempio funerario di Deir el-bahari.

Quando Thutmosis III divenne adulto, diventò il comandante dell’esercito e si assunse la responsabilità di difendere i confini dell’Egitto sottoposti a varie e irregolari escursioni dei popoli vicini.

Egli dovette sostenere campagne militari per imporre nuovamente il controllo egiziano sia sull’Oriente che sulla Nubia, mentre la zia regnava sull’Egitto.

Quando Hatshpsut regnò, gli eventi continuarono ad essere datati secondo gli anni di regno di Thutmosis III, ma sempre in associazione alla regina che, d’altra parte, agiva con l’influente appoggio della casta sacerdotale del dio Amon del tempio di Karnak ed era consigliata dalla forte personalità dell’architetto di corte e maggiordomo reale, Senmut.

Sen-en-mut,  (il compagno di Mut) era anche il precettore della figlia Neferura oltre che il progettista del suo tempio funerario.

Nella vicenda storica di Hatshpsut, la figura di Senmut ebbe una grande rilevanza.

Figlio di una modesta famiglia, come risulta dalla titolatura dei genitori trovata nella loro tomba.

Suo padre Ramose è infatti ricordato come “Degno”, mentre sua madre Hatneferu viene indicata come “Donna di casa”.

Egli fu protagonista di una luminosa carriera come amministratore, consigliere e, forse, amante della regina.

Ricoprì la carica di sovrintendente alle proprietà del tempio di Amon Ra di  Karnak  e della famiglia reale, direttore dei lavori commissionati dalla sovrana, tra i quali i più importanti si debbono ricordare il taglio, il trasporto e l’erezione degli altissimi obelischi del tempio di Amon.

L’opera di gran lunga più originale, moderna e senza precedenti fu la progettazione e la costruzione del tempio funerario di Hatshpsut a Deir el-Bahari.


Il tempio è situato ai piedi della montagna tebana, il massiccio di el-Qurn, ed è costituito da due grandi cortili, al fondo di ognuno dei quali si trovano dei portici con colonne e pilastri a base quadrata.

Dai cortili si entra nell’edificio vero e proprio, dapprima raggiungendo un terzo porticato dominato da 26 colossi statuari di Hatshpsut, poi una sala con colonne che immette nel sacrario scavato nel profondo della montagna.

La parte di fondo del secondo portico è stata decorata con bassorilievi eleganti e nitidi che raffigurano due cicli figurativi: la nascita divina di Hatshpsut, nel porticato nord e la spedizione nel paese di Punt nel porticato sud.

Da queste decorazioni sembra che la regina e il suo architetto abbiano fatto un uso mediatico molto disinvolto a fini politico-religiosi, compensato da un sincero gusto narrativo proteso verso il diverso e l’esotico.

Oltre al presunto legame affettivo con la regina, altre importanti cariche lo rendevano intimo della famiglia reale, come il ruolo di precettore della figlia della regina, Neferura, con la quale egli viene rappresentato in alcune celebri “statue-cubo”, la quale morirà nell’undicesimo anno di regno di Thutmosis III.

Senmut oltre che un abile funzionario e architetto era un vero intellettuale, come dimostrano le sue realizzazioni architettoniche e i circa 150 ostraka  recanti opere letterarie, funerarie e religiose trovate nel tempio di Deir el-Bahari e anche un grande astronomo, come dimostra la decorazione del soffitto astronomico disegnato nella sua tomba.

La regina morì in circostanze misteriose nel ventiduesimo anno di regno di Thutmosis III, lasciando finalmente il regno al nipote.      

Si possono leggere tutti i libri pubblicati al mondo sull’Egitto, guardare tutti i documentari disponibili, imparare a leggere il geroglifico stando comodamente a casa, ma niente di tutto questo ti dà l’emozione, la gioia,  la bellezza del contatto con questi luoghi, con questi monumenti che sembrano costruiti per l’eternità, di queste atmosfere di un tempo lontano dove Maat regnava sovrana.

Se tu verrai in Egitto con noi potrai scoprire che il passato non è mai “passato” e che esso è fatto di un eterno presente.

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venerdì 12 aprile 2013

FARAONI D'EGITTO: XVIII DINASTIA - I THUTMOSIDI




I faraoni d'Egitto della XVIII dinastia sono senz'ombra di dubbio i più famosi dell’antico Egitto.

I faraoni d'Egitto della XVIII dinastia regnarono nel periodo in cui l’Egitto fu padrone di un vasto impero che comprendeva gran parte dell’attuale Medio Oriente.

I faraoni d'Egitto più famosi, almeno per il grande pubblico, appartengono tutti alla XVIII dinastia; la dinastia dei Thutmosidi.

La XVII dinastia venne interrotta per mancanza di figli maschi.

Amenhotep, ultimo faraone della XVII dinastia e sua moglie-sorella Meritamen non ebbero eredi maschi, così, invece di scegliere un erede all’interno dell’harem reale, Amenhotep cercò il suo successore tra le fila del suo esercito.

Venne scelto il generale Thutmosis, figlio della dama reale Senisonb, forse discendente da una ramo secondario della famiglia del faraone, e divenne Thutmosis I, e sua moglie fu la regina Ahmosi. Correva l’anno 1496 a .C.

Con questo faraone inizia l’era dei Thutmosidi.

Thutmosis III

Thutmosis e i suoi discendenti sarebbero diventati i faraoni d'Egitto più ricchi e potenti, anche per le grandi campagne militari di riunificazione dell’Egitto e di conquista dei paesi vicini.

La ricchezza enorme acquisita permise loro di iniziare programmi di costruzioni in pietra su scala monumentale che non si era più visto dai tempi delle piramidi.

I loro monumenti preferiti erano templi molto appariscenti, obelischi e statue colossali.

La riunificazione dell’Egitto e un governo centralizzato con una grande macchina amministrativa che faceva capo ad una burocrazia efficiente fatta di funzionari di professione, portò ad un imponente boom economico.

Con il fiorire del commercio internazionale e la continua espansione della sfera di influenza egiziana, i magazzini reali  erano pieni fino a traboccare di tasse e tributi versati da un numero sempre più crescente di stati vassalli.

Così, quando Thutmosis salì al trono, l’Egitto era già diventato lo stato più ricco e potente del mondo antico.

La ricchezza egiziana doveva essere difesa e protetta.

La maggior parte dei faraoni d'Egitto della XVIII dinastia sottolinearono il loro ruolo di re-guerrieri, abili nel difende il loro stato e le loro divinità da qualsiasi nemico.

Fino a quel momento poche furono le occasioni per i faraoni di entrare in guerra con invasori stranieri (fa eccezione l’invasione degli hyksos, che regnarono in Egitto molto tempo prima dei Thurmosidi).

All’interno dei confini dell’Egitto pochi avevano trovato la forza di sollevarsi contro il faraone, mentre l’isolamento geografico e culturale del paese, come la mancanza di stati potenti immediatamente confinanti, avevano protetto l’Egitto da qualsiasi minaccia di invasione e quindi non si era sentita la necessità di costituire un esercito permanente.

Ora invece la situazione era cambiata e il faraone si sentiva sempre più coinvolto nelle faccende internazionali e non poteva ignorare quello che avveniva al di fuori dei suoi confini.

Thutmosis II rafforzò l’esercito, stabilizzò i confini, conquistò vasti possedimenti in Medio Oriente e calmò i territori nubiani inglobandoli al regno d’Egitto.

Poiché non erano richieste competenze specifiche per fare parte dell’esercito, il servizio militare era uno dei tanti lavori che gli egiziani svolgevano per lo Stato.

Sotto il regno di Thutmosis I,  l’Egitto divenne una potenza imperialista e nacque perciò un esercito permanente e regolare; il mestiere del soldato diventò ereditario, con molti privilegi sociali ed economici.

Si assiste alla nascita di una gerarchia militare rigida e codificata, gestita da una solida rete amministrativa.

Vi erano anche delle truppe speciali, come i famosi arcieri nubiani, o la temibile polizia di frontiera dei Medjau (una popolazione africana), o i Libici impiegati come mercenari.

I territori conquistati erano presidiati da fortezze, a protezione di vie carovaniere e punti strategici, edificate tra Medio e Nuovo Regno.

In Nubia si trovano quelle di Buhen e Semna, al confine siriano fu eretto, nel Medio Regno,  il “muro del Principe” e lungo la costa occidentale del Mar Mediterraneo sorse un sistema di forti.

L'epoca dei faraoni d'Egitto della XVIII dinastia  inizia con Thutmosis I e termina con Thutankhamon.

Essendo originari di Tebe la loro divinità divenne Amon, “colui che è nascosto”, che finì per essere legato indissolubilmente alla famiglia del faraone.

Il Tempio di Karnak crebbe notevolmente in larghezza e in altezza grazie alle donazioni del faraone.

I suoi sacerdoti divennero molto ricchi e potenti.

Tebe venne considerata la capitale religiosa dell’Egitto, con la necropoli situata nella parte occidentale del Nilo, di fronte al tempio di Karnak.

I nuovi faraoni d'Egitto erano riluttanti a legarsi ad una singola città, preferendo una maggiore mobilità.

La corte reale dei Thutmosidi non aveva una sola sede, ma era solita spostarsi su e giù per la valle del Nilo, soggiornando in una serie di residenze temporanee, definite “punto di ormeggio del faraone”.

In questo modo il faraone diventava visibile per tutto il suo popolo.

Thutmosis I si affrettò a consolidare il suo potere e la sua autorità, compiendo delle campagne militari molto astute.

Soggiogò completamente la Nubia, oltre la Terza Cateratta, Avanzò verso oriente, attraversò il fiume Eufrate e conquistò il regno dei Mitanni.

In patria avviò un imponente programma edilizio di cui beneficiò anche il Tempio di Karnak;  a lui si deve il completamento del villaggio di Deir el-Medina, residenza degli operai addetti allo scavo e alla decorazione della sua tomba e delle tombe reali in generale.

Si fece costruire dall’architetto Ineni la sua tomba dentro la montagna Tebana.

Come molti faraoni del Nuovo Regno, la sua mummia verrà spostata da una tomba all’altra per sfuggire ai saccheggiatori.

Fu sepolto inizialmente nella Valle dei re, ma la sua salma fu poi trasferita dalla regina Hatsepsut nel rifugio del  tempio di Deir el Bahari, dove venne ritrovata.

La tomba porta il numero DB320.

Dai dati storici risulta che Thutmosis I salì sul trono verso i cinquant’anni e che regnò per circa quindici anni.

La regina Ahmosi non aveva avuto figli maschi che potessero ereditare il regno, così, il generale divenuto faraone nominò il suo successore Thutmosis, un figlio che gli era nato
da Mutnofret, una nobile dama di corte delle cui origini non si conosce quasi niente.

Per consolidare il suo diritto al trono il giovane sovrano fu fatto sposare con la sorellastra, Hatshepsut, che era figlia del faraone Thutmosis I e della regina Ahmosi.

Thutmosis II voleva dimostrare di essere anche lui un re-guerriero ed aveva l’intenzione di seguire le orme del faraone che l’aveva preceduto, ma ebbe qualche difficoltà a causa della mancanza di nemici.

L’Egitto era così potente che nessuno osava sfidare seriamente la grande potenza egiziana!

Alla fine però una campagna in Nubia per convalidare il dominio egizio tra quelle terre e una spedizione in Palestina per consolidare il controllo egiziano, fece anche di questo faraone un re-guerriero.

Il Paese prosperava e la regina Hatsepsut generò al fratello-marito una figlia, Neferure, ma nessun figlio maschio.

Con la morte prematura di Thutmosis II il trono passò a Thutmosis III, il figlio ancora bambino di Thutmosis II e di una nobil dama dell’harem, Isis; di cui si sa ben poco.

Poiché il nuovo faraone era ancora un bambino, la regina Hatshepsut fece da reggente.


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EGIZIANO ANTICO: favola egizia " la conquista della città di Joppe"




L’inizio del manoscritto  egiziano antico manca, ma è possibile comunque ricostruirne il senso.

Gehuti, un generale di re Thutmose III è dinanzi alla città fortificata di Joppe, l’attuale Giaffa, in Palestina e sta escogitando un inganno per conquistarla, possibilmente senza combattere.


arcieri nubiani

L'egiziano antico usava molto l'astuzia.
Il piano è pronto: il generale invia un messaggio al principe di Joppe, il “maledetto”, comunicandogli la propria resa, per attirarlo nel suo accampamento per le trattative.
Il principe di Joppe si presenta con un seguito di 120 cavalieri.

I soldati del faraone accolgono i sudditi nemici, mentre il principe stesso entra nella tenda del generale egiziano e ben presto iniziano a fare allegramente bisboccia.

Il manoscritto stilato in egiziano antico, inizia a questo punto, anche se nelle parti iniziali presenta alcune lacune: 

........ Un’ora dopo, quando erano ubriachi, Gehuti disse al principe di Joppe:
“Io stesso, con mia moglie e i miei figli, mi consegnerò a te personalmente. 
Fa entrare gli uomini in modo che diano da mangiare ai cavalli: altrimenti rischiamo che arrivi un birbante e che faccia lui l’auriga”.

I cavalli dunque furono fatti entrare e fu dato loro da mangiare.

In quel frangente fu portata la gran clava del re Thutmosis e vennero a riferirlo a Gehuti.

Il principe di Joppe gli disse:

“Il mio cuore arde nella speranza di vedere la gran clava del re Thutmose.
Da queste parti c’è una donna di nome Tiutnofret.
Per Ka (l’anima) del re Thutmose: oggi stesso sarà tua, se sarai così gentile da mostrarmi la clava.”

Egli, Gehuti, fece come gli era stato chiesto, impugnò la clava del re Thutmose, prese il principe di Joppe per il vestito, si levò dinanzi a lui e gli disse:

“Guardami, maledetto principe di Joppe!
Ecco re Thutmose, il leone feroce, il figlio di Sechmet, la dea della guerra, al quale Amon, suo padre, ha dato la vittoria!”

Alzò il braccio e colpì il principe Joppe sulla tempia.

Quello cadde svenuto. 

Gli mise le manette e lo legò con cinghie di cuoio, un sistema usato dall'egiziano antico che è tutt'ora in uso.

Poi gli disse:
“Portatemi il rame…..” e gli furono legate ai piedi quattro barre di rame.

Poi si fece portare duecento ceste che aveva fatto intrecciare e ordinò a duecento soldati di entrarvi. 

Le loro braccia furono caricate di corde e di manette ed esse (le ceste) furono sigillate.

Ai soldati erano stati dati anche i sandali e i bastoni.

Furono poi affidate a dei soldati giovani affinché le trasportassero: in tutto erano cinquecento uomini.

Dissero ai soldati:

“Quando entrate in città fate uscire i vostri commilitoni, catturate tutti gli abitanti e legateli subito con le corde.”
Poi uscirono e dissero all’auriga del principe di Joppe:

“Il tuo signore manda a dirti:
 “Và e riferisci a tua moglie:
Gioisci, poiché il dio Sutech ci ha affidato Gehuti, con sua moglie e i suoi figli.
Ecco, questi sono i loro primi tributi!””

Doveva dirle così in riferimento alle duecento ceste, che contenevano i soldati, le manette e le funi.

Egli, l’auriga, avanzava davanti a loro, e allietò il cuore della sovrana con le parole:
“Abbiamo catturato Gehuti!”

I soldati aprirono le porte ed entrarono nella città.

Fecero uscire i loro commilitoni dalle ceste, catturarono gli abitanti, giovani e vecchi, i li legarono immediatamente con funi e manette.

In questo modo il braccio possente del faraone aveva conquistato la città.

L'egiziano antico faceva tutto per il suo sovrano, anche se questo non era presente.

Nella notte Gehuti inviò un messaggio in Egitto da re Thutmose, il suo sovrano, che gli disse:

“Gioisci! Amon, il tuo genitore perfetto ti ha affidato il principe di Joppe, i suoi sudditi e la sua città.

Fa venire della gente perché conduca i prigionieri in Egitto e affinché la casa di tuo padre Amon-Ra, il re degli dei, si riempia di schiavi e schiave caduti ai tuoi piedi, per l’eternità”

Aggiunta del copista:
 “E’ stata felicemente portata a termine grazie al Ka dello scriba, dalle dita abili, scrittore militare…”


Questa favola si ricollega strettamente a personaggi e fatti storici. Qui si può vedere da dove sia partita l’idea geniale del cavallo di Troia (le ceste). 





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sabato 30 marzo 2013

Fiaba Egizia: mamma avvoltoio e mamma gatta



Mia signora ascolta la storia che adesso ti racconterò:

“C’era una volta mamma avvoltoio che, sulla cima di un albero del deserto aveva covato le uova.

C’era anche una gatta che aveva partorito su una montagna vicina.

Mamma avvoltoio aveva paura di volare alla ricerca di cibo per i suoi piccoli, perché temeva che la gatta si sarebbe mangiata i suoi pulcini.

avvoltoio con le ali spiegate, da un rilievo nella tomba di Tuthankhamon


Anche la gatta aveva paura di andare alla ricerca di cibo per i suoi gattini, perché temeva che mamma avvoltoio si sarebbe gettata su di loro.

Mamma avvoltoio disse allora alla gatta:

”Non potremmo convivere dopo aver fatto il seguente giuramento davanti a Ra: “Nessuna delle due attaccherà i piccoli di colei che sia uscita alla ricerca di cibo”?”.

Fecero questo giuramento davanti a Ra e dissero:

“Giuriamo di comportarci di conseguenza”.

Un giorno avvenne che il gatto vide uno dei piccoli avvoltoi che teneva nel becco un po’ del suo cibo e volle riprenderselo.

 Nel momento in cui volle strapparglielo, il piccolo si girò per tornare al nido, da suo fratello.

Il gatto lo ferì con i propri artigli…tanto che non fu più capace di volare.

Il piccolo avvoltoio disse:
”Per Ra! Non c’è altro cibo nel quale tu possa affondare i tuoi artigli?”

La gatta gli rispose:

”Quel cibo non l’ho preso per te! Ognuno dovrebbe procurarsi da solo il cibo di cui ha bisogno”.

Il piccolo avvoltoio le rispose:

“Ma io prima sono caduto dal nido. Se tu chiedessi a Ra di punirmi, sarebbe uno spergiuro che Ra stesso perseguiterebbe”.

Il giovane avvoltoio voleva volare via, ma le sue ali non lo sorreggevano.

Quando ormai voleva porre fine alla sua vita, disse alla gatta:
“Che tu possa essere punita e che la punizione si abbatta anche sul figlio del tuo figlio”.

Mamma avvoltoio pensò fra sé e sé:

“Se anche la punizione arrivasse alle terre lontane di Siria, comunque tornerebbe qui.
Io ne ho bisogno.

Quando la gatta uscirà alla ricerca di cibo per i suoi piccoli, io mi getterò sui gattini e questi diverranno cibo per i miei pulcini.

Cercherò di arrivare alla sua tana per ucciderla.
Quello che prima mi ha fatto era veramente una cosa cattiva”.

Non si dimenticò questa faccenda.

Un giorno avvenne che la gatta uscisse dalla tana in cerca di cibo per i suoi gattini.

Mamma avvoltoio si avventò su di loro e quando la gatta tornò non li vide più.

Levò allora il proprio muso al cielo e pregò il dio Ra:

 “Sai che io sono nel giusto e sai dell’ingiustizia compiuta da mamma avvoltoio, che si è avventata sui miei piccoli, trasgredendo il sacro giuramento che mi aveva fatto!”.

Ra udì la sua voce e un inviato celeste fu spedito in terra affinché la vendetta colpisse mamma avvoltoio, che si era avventata sui gattini.

L’inviato trovò la vendetta seduta sotto l’albero sul quale era posata mamma avvoltoio.

Il messaggero degli dei fece quanto gli era stato detto da Ra e ordinò alla vendetta di colpire mamma avvoltoio per quello che aveva fatto ai gattini.

Mamma avvoltoio vide allora un Siriano che stava arrostendo un po’ di selvaggina cacciata nel deserto per nutrirsene.

Prese un pezzo di carne con il becco o lo portò nel nido.

Alla carne però erano rimasti attaccati dei tizzoni ardenti  che lei non se ne era resa conto.

Il nido degli avvoltoi prese fuoco e bruciò.

I piccoli caddero in terra e giacquero come arrostiti ai piedi dell’albero.

Il gatto allora si avvicinò ai piccoli avvoltoi morti, ma non li toccò e disse a mamma avvoltoio:
 
fiabe di animali - gatte al posto delle donne
“Com’è vero che Ra vive, tu ti sei avventata sui miei piccoli e sin dall’inizio davi loro la caccia.
Li hai divorati!
Ma io adesso non mangerò i tuoi, perché sono arrostiti”

La scimmiotta parlò così alla gatta etiope e le ricordò come la giustizia di Ra punì l’empietà commessa da mamma avvoltoio nei confronti della gatta.

(questa favola giunse fino alla regina Maria di Francia)


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STORIA EGITTO: ALL'ORIGINE DELLE FIABE E DEI MITI UNIVERSALI



Possiamo dire con certezza che le fiabe ebbero origine dai Miti della storia Egitto

I grandi Miti  della storia Egitto, che parlano di dèi e delle loro avventure, costituiscono una parte essenziale della religione dell’ antico Egitto.
 
La fede del popolo dei faraoni non si esprimeva per dogmi, ma per immagini e racconti che descrivevano un evento cosmico oppure un’esperienza religiosa. 

I suoi argomenti preferiti erano la creazione del mondo e la ciclicità della natura. 

Un Mito spesso isolava una singola verità della trama complessiva del fatto cosmico e non mirava a dare un’interpretazione univoca della realtà.

E’ così che spesso i Miti si sovrappongo in modo apparentemente “insensato” nella storia Egitto. 

Ma quanto decisiva è stata la letteratura dell’ antico Egitto nel raccontare eventi cosmici e simbolici, come il diluvio universale e altri grandi eventi mondiali? 

In quanti Paesi questa “saga” (Noè, la sua arca, i suoi animali) vive sottoforma di fiaba? 

E’ grazie ai racconti egizi che veniamo a sapere in che modo un Mito “detronizzato” è diventato fiaba,  appena il suo contenuto non è stato più sostenuto dalla fede. 

antilope e leone che giocano alla senet



La favola ignora il miracolo e si rivolge alla ragione dell’ascoltatore, al quale trasmette saggezza: non con un insegnamento astratto, bensì con storie di animali o, più raramente, di piante. 

Mentre nelle favole della nostra tradizione gli animali sono classificati per tipi, ciò non è vero per quelle della storia Egitto, anche se poi, fedele in questo alla propria natura, la scimmia fa il buffone, la capra balla e il leone si atteggia a re. 

Il loro significato interpretativo era chiaro al pubblico dell’epoca. 

Martin Lutero attribuiva alla favola un grande valore, perché secondo lui “non solo i bambini, ma anche i principi ed i signori devono essere educati alla verità”. 

Per molti studiosi la favola è “insegnamento di un coscienza intuitiva” ed “esempio di eticità pratica”. 

Le favole nella storia Egitto, fanno parte della tradizione favolistica anche di altre culture.
Si noti, con stupore, come già nella terra del Nilo queste passassero di bocca in bocca. 

Le favole di animali sviluppatesi dalle leggende, ma così diverse nella loro essenza, assumono in Egitto un ruolo molto più ampio. 

Sottoforma di “discorsi brevi”, parlano della giustizia e della vendetta, un argomento che in Egitto non si esauriva mai: non a caso il giudizio dei morti è una creazione egiziana. 

E’ un tratto peculiare che le favole della storia Egitto siano inserite in un contesto religioso.
Anche nell’ antico Egitto, come in ogni tempo, le storie di animali ebbero un ruolo predominante nell’insieme dei racconti popolari a carattere fiabesco. 

Essi rappresentano l’umorismo e le facezie animali allietano grazie alla comicità e alla sorpresa. 

Il mondo alla rovescia delle loro magie, dominano la loro struttura. 
Queste storie hanno una tradizione unicamente figurativa e si basano sulla comicità di tali immagini. 

Le fiabe illustrate sono per la maggior parte rappresentate in forma anticonvenzionale, come arte popolare. 

Le immagini costituiscono “il bene raccontato al popolo”, ovunque gli analfabeti rappresentino la parte più numerosa della popolazione. 

Il cantore raccontava una nuova storia che doveva essere necessariamente breve, affinché egli potesse recitarla a memoria. 

In quei tempi di analfabetismo generale la memoria era straordinariamente migliore che nei giorni nostri nei quali un’ infinità di notizie ci raggiunge  attraverso i mass-media. 

Una notizia, un racconto non poteva raggiungere lunghezze da romanzo o da  poema epico.
Il cantore, un saggio esperto nello scrivere e nel leggere, era discepolo del dio Thot. 

Uno di loro si fece seppellire a Tebe con tutti i suoi utensili e i suoi rotoli di pergamena.

Per alcuni tipi di racconto, in particolare quelli a carattere sacro, venne inventato il “racconto in rima” con l’intento di aiutare la memoria nel ricordare. 

A questo punto si pone un quesito: le fiabe dell’ antico Egitto venivano raccontate o scritte?
Venivano raccontate. 

Ed è per questo che solo poche di esse, e solo per caso, ci sono state trasmesse. 

Che l’Egitto disponesse di fonti inesauribili per le fiabe è sufficientemente dimostrato dalla predisposizione culturale stessa di questa terra, dalle allusioni, dai riferimenti, dalle pratiche magiche, addirittura dalle ricette. 

E’  testimoniato inoltre dalle immagini di storie di animali presenti sui frammenti, dalla tradizione secondo cui Esopo avrebbe raccolto alcune storie lungo il Nilo, dal fatto che ancora nelle nostre fiabe compaiano la scimmia ed il leone, altri animali esotici e esseri soprannaturali dalla doppia natura come il drago e il grifone. 

Le fiabe, assieme ai generi che ne derivano, assolvevano a una duplice funzione. 

L’insieme variegato di queste meravigliose storie brevi risollevava il faraone quando le preoccupazioni lo opprimevano o quando veniva sopraffatto dalla momenti di debolezza e sconforto. 

Dall’altro lato divertiva e educava il popolo. 

Stilisticamente la fiaba nella storia Egitto mostra personaggi che non si evolvono e che raramente mostrano emozioni; quando ciò avviene formulano giudizi lapidari. 

Gli avvenimenti sono presentati senza il coinvolgimento del narratore; i luoghi sono segnalati grazie a simboli o nomi; il tempo è fermo o procede a salti, non scorre mai in modo continuo.
Queste e altre caratteristiche corrispondono  a una conoscenza molto antica, simile a quella che oggi continua a sopravvivere nei bambini e in larghi strati popolari. 

La lingua dei racconti popolari e fiabeschi è semplice ma ricca di informazioni. 

Vengono preferiti i modi di dire associativi e sono molto diffusi i racconti collegati l’uno all’altro; (come le fiabe di “Le mille e una notte”) anche le ripetizioni sono la regola, perché così il concetto può essere integrato. 

Le frasi fatte e le formule tipiche della fiabe sono:
“C’era una volta…”, “Avvenne in un tempo…”, “Si racconta …”, “Quando tornò la luce sulla terra e iniziò il nuovo giorno…”. 

Una parte interessante della struttura delle fiabe antico-egizie è costituita dai giochi di parole basato su suoni identici o comunque affini. 

Questo gioco di parole portò addirittura alla creazione di una serie di storie sui Dèi. 

I numeri preferiti nelle fiabe antico egizie sono il tre e il sette e i loro multipli. 

Nel corso di tremila anni di storia nell’antico Egitto non si modificò  solo la lingua, ma anche lo stile. 

La maggior parte dei racconti appartiene al Medio Regno, il periodo della letteratura classica, altri al periodo ramesside (XIX e XX dinastia) molto attento alla cosiddetta letteratura di intrattenimento. 

La letteratura orale delle fiabe solo raramente fu messa per iscritto. E’ dunque per puro caso che si sono conservate, e in un'unica copia manoscritta. 

Il che non stupisce dato che comunque solo una piccola parte dei testi originari ci è stata tramandata. 

Fortunatamente l’asciutta sabbia del deserto ha salvato, lungo l’arco dei millenni, più papiri di quanti non ci si aspettasse inizialmente. 

Particolarmente nocivi si sono rivelati i furti nelle tombe, i danni causati dagli insetti, l’acqua freatica e l’avidità dei commercianti. 

A volte la luce ha sbiadito l’inchiostro di bistro, oppure gli scribi antichi hanno usato un foglio già scritto, lavato solo superficialmente. 

E’ per questo che esistono testi scritti uno sopra l’altro, spesso ulteriormente deformati da un cattivo calligrafo. 

I testi dei papiri sono in scrittura ieratica; quelli incisi sulla roccia sono geroglifici e quelli più recenti sono scritti in lingua demotica.

I pochi testi di epoca cristiana sono di tradizione copta. 

Esiste una serie di antichi scritti conservati solo in greco, mentre tutto il genere delle fiabe illustrate è stato trasmesso solo oralmente. 

Per interpretarne il senso sono necessari studi di culture vicine sia cronologicamente che geograficamente. 

E’ impossibile quantificare quello che è andato perduto per sempre: lo si può intuire sulla base dei frammenti, dei riferimenti, dei titoli, dei libri, delle citazioni e dei versetti mandati a memoria o grazie alla prove fornite da antichi scrittori. 

La storia Egitto, oltre ad aver prodotto un numero difficilmente quantificabile di fiabe, fu anche terra di origine di un numero infinito di racconti fiabeschi, poi ripresi dalla letteratura mondiale. 

La prime fiabe della terra dei faraoni non solo si sono ampiamente diffuse nel mondo, ma sono rimaste vive nello stesso Egitto, fino ai giorni nostri. 

Fu nella terra bagnata dal Nilo che i racconti magici, quelli che nella letteratura orientale godono ancora oggi di grande popolarità, ebbero la loro origine. 

Fa riflettere la circostanza che ovunque si sia riusciti a ridisegnare in modo inconfutabile le vie di diffusione delle fiabe, le tracce riconducano all’Egitto e che anche da altri punti di vista a questo Paese spetti la primogenitura. 

E’ dunque possibile affermare che nel corso degli anni e sino ad oggi, tutte le fiabe abbiano esercitato un certo influsso sui Paesi circostanti.

Le vie seguite sono strane e si ramificano sottilmente: attraverso i monaci copti arrivarono fino in Irlanda, altre raggiunsero la Polonia e la Russia verso oriente, abbracciarono l’arco che va dalla Polinesia sino al Madagascar e si spinsero fino a toccare il Sudan. 

I marinai egizi che nel 3000 avanti Cristo ebbero rapporti di scambio con le altre culture del Mediterraneo o oltre furono senz’altro i primi esportatori di tali storie. 

L’arrivo dei Greci in Egitto nel VI secolo, aprì la strada verso l’Ellade, il Medio Oriente e l’Europa dell’est. Alessandria d’Egitto prima e  Bisanzio poi, diffusero l’eredità egiziana per tutto l’Impero Romano. 

I crociati rappresentano il punto d’arrivo di questa catena. 

Nonostante la lacunosità della trasmissione, dovuta all’antichità dei testi, appare armai chiaro l’apporto dell’antico Egitto alla cultura mondiale. 

Se si considera che l’egittologia è recente e che lo studio delle fiabe è appena agli inizi, si comprenderà perché nei testi scolastici ancora non si accenni al fatto che l’Egitto è, da un lato, terra di origine di un numero vastissimo di fiabe europee, dall’altro centro di irradiazione verso l’India e la Grecia. 

La terra dei faraoni, come in tutti gli altri ambiti culturali, riveste un’importanza epocale anche per la fiaba.
 
Omero, Esiodo, Paltone, Aristotele; nessuno di loro rimase indifferente alla cultura antico-egizia e gli animali di Aristofane, non sono privi di influenze egiziane. 

Esopo, maestro della favola, dichiara di essere stato in Egitto e io ritengo che sia vero perchè molte delle sue immagini e delle sue sentenze morali sono chiaramente originarie proprio di questa terra. 

Per concludere questo rapido sguardo d’insieme sulle fiabe dell’antico Egitto, cito le parole testuali di una grande studiosa di fiabe e miti egizi, Emma Brunner-Traut: 

“Nonostante tutte le gravi perdite, l’Egitto si rivela, anche dal punto di vista delle fiabe, una terra benedetta.
Questo mondo fiabesco che si schiude è ricco e complesso.
La sua forza di irradiazione illumina molti Paesi e la sua vitalità è stupefacente.
La fiaba crebbe sul terreno di una cultura grandiosa, come non ce ne sono più state in seguito, e mantiene intatta fino ad oggi la sua forza di attrazione.” 


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